lunedì 22 gennaio 2018

ISRAELE, IL DIRITTO INCATENATO

Ahed Tamimi in catene...

CON QUESTO SORRISO E CON LE CATENE AI POLSI AHED HA VINTO!

I SUOI OPPRESSORI HANNO PERSO ! 

Il Tribunale militare decreta il carcere per Ahed Tumimi (16 anni) e per la madre, eroiche donne palestinesi che hanno osato ribellarsi all'occupazione dell'esercito israeliano. La foto é stata diffusa dal giornale (
+972 Magazine) di un'associazione israeliana per i diritti umani. Laggiù c'è ancora qualcuno che osa indignarsi per le "prodezze" delle forze occupanti! 
Rare voci isolate dentro un mare di ottuso silenzio. 
Silenzio incomprensibile che pervade l'Italia, l'Europa e il Mondo. 
Il sorriso di questa ragazzina riaccende le speranze del popolo palestinese alla libertà, alla dignità e alla sovranità statuale. (a.s.) 

martedì 16 gennaio 2018

WIKILEAKS

http://wikileaks.wikimee.org/syria-files/docs/2075491_messaggio-dell-hon-agostino-spataro-italy-for-ministry.html

lunedì 15 gennaio 2018

IMMIGRAZIONE, LA MODERNA SCHIAVITU'



INDICE

Introduzione                                                                         Pag 1

Agli inizi del fenomeno: le proposte della sinistra             Pag 7
1980. La prima Conferenza nazionale sull’immigrazione araba in Italia e in Sicilia; Introduzione generale di Agostino Spataro, membro comm/ne Esteri Camera dei Deputati e della Presidenza dell’Associazione nazionale di amicizia italo- araba; 1981. Le proposte del PCI: disegno di legge alla Camera dei Deputati.

L’emigrazione siciliana                                                      Pag 25
Quando i clandestini siciliani sbarcavano in Tunisia; Sicilia, un secolo di emigrazione; I nostri emigrati; Migranti o emigranti?; Sicilia, riap­pare lo spettro della povertà.

Lampedusa                                                                         Pag 39
Le strane rotte che portano gli immigrati clandestini in Sicilia; Perché i trafficanti d’immigrati preferiscono sbarcare a Lampedusa?;
Lampedusa, i nostri due ragazzi della FGCI; Oltre Lampedusa; Flussi migratori, la Sicilia il collo dell’imbuto; Quelli che restano…

La moderna schiavitù                                                        Pag 59
Morte sotto la luna; L’emergenza prossima futura; Ritorna la schiavitù; Budapest, cronaca di una partenza negata; “Il dramma migratorio deve essere risolto subito”. (intervista a “La Capital”-Argentina)

Accoglienza e multiculturalità                                          Pag 79
Gli immigrati nell’Italia che verrà: società laica o mosaico di comu­nità?; Minareti e crocifissi: una pericolosa mistificazione; Patria, di tutti o di chi?; Quando un ateo favorisce la costruzione di una mo­schea; La Sicilia sbarca a Le Kram; Servono dialogo e cooperazione.

Che fare?                                                                          Pag 105
Una conferenza intergovernativa sulle migrazioni: Si può ancora trattare con il regime libico?; Parole chiare sull’immigrazione; Fermare la pericolosa deriva dell’Europa!; Il diritto di non emigrare.

Il dolore e la rabbia di una madre del Sud(racconto).                  Pag. 127



Introduzione


IMMIGRATI, ACCOGLIENZA NELLA LEGALITÀ

1.                  Con questo libro, frutto di una selezione di miei articoli e inter­venti, desidero offrire soltanto un modesto contributo al dibattito in corso, soprattutto fra le forze progressiste e di sinistra, sulle mi­grazioni attraverso l’area mediterranea che, in vario modo, seguo dagli inizi degli anni ’80 del secolo trascorso. Ciò anche per far no­tare che non parliamo per sentito dire. Per altro, da siciliano figlio di operaio emigrato, osservo il fenomeno da una posizione “privile­giata” essendo la Sicilia divenuta il principale punto di approdo e di transito dei flussi di emigranti. Ovviamente, non è un problema solo siciliano, ma una drammatica questione globale nata da cause di­verse e che interessa tutte le regioni del Sud del mondo: dall’Africa all’America Latina, dal Medio Oriente alla Cina, dall’India al Sud est asiatico, al Sud Europa.Insomma, una “moderna schiavitù” che, come quella dei secoli passati, proviene, soprattutto dall’Africa ossia dalla nostra Terra madre, un continente ricchissimo di risorse natu­rali e di contraddizioni politiche e sociali.
Ovviamente, certe condizioni sono mutate ma non la sostanza. A quel tempo, il traffico schiavistico verso le Americhe era promosso, orga­nizzato da spietati negrieri e mercanti islamici in combutta (d’affari) con cristianissimi armatori europei e latifondisti delle Americhe.
Oggi, i “nuovi schiavi” non vengono cacciati e incatenati come i loro antenati, ma sospinti, incoraggiati, talvolta anche finanziati, a emi­grare clandestinamente verso questa vecchia Europa, opulenta e mo­rente, dove saranno usati come manodopera irregolare in taluni settori dell’economia locale.
Partono, all’avventura. Soprattutto quelli che sono in grado di pa­gare l’esoso passaggio ai trafficanti della “prima catena” (che si snoda dal luogo di residenza alle coste europee), di sobbarcarsi mi­gliaia di km per deserti inospitali, mesi e mesi di permanenza in ter­ribili campi di concentramento, traversate a bordo di natanti precari e rischiosi, ecc. E, finalmente, quando i più fortunati riescono ad ap­prodare in Europa li attende una seconda, variegata catena di pro­fittatori.
In realtà, questi flussi sono anche incoraggiati dalle grandi oligar­chie globalizzate dominanti che perseguono un obiettivo chiaro e, per loro, molto conveniente: produrre a costi da terzo mondo e vendere a prezzi da primo mondo.

2.                  Tutto ciò è umano? Chi è il vero razzista: il lavoratore preoc­cupato di perdere il posto di lavoro, la vecchia signora che si lamenta per certi disagi che riscontra nel suo quartiere di periferia o chi or­ganizza e/o sponsorizza tali traffici per trarne vantaggi e profitti scandalosi?
La questione non è nominalistica ma di sostanza ed ha un risvolto specificamente italiano. C’è, infatti, un dato drammatico, largamente sottovalutato, ignorato, che segnala una fragorosa ripresa dell’emigrazione italiana. I numeri sono davvero allarmanti. Dai media si ap­prende che, negli ultimi anni, sono emigrati all’estero 265.000 citta­dini italiani. Si legge che dalla Sicilia ne siano partiti, addirittura, 1.000 al mese!
Immigrazione ma anche emigrazione, dunque.
Comunque sia, di la delle singole situazioni, bisogna affrontare tali problematiche riaffermando i principi di solidarietà nella legalità, secondo un assunto inconfutabile: il mondo é uno ed é abitato da una sola razza, quella umana! Non ci sono superuomini, popoli eletti e primi dei non eletti! Siamo tutti uguali. Figli dello stesso Sole che ci scalda e della stessa Terra che ci nutre…
Storicamente, l’umanità è stata tormentata da grandi disuguaglianze di classe, oggi acuite dalla ricerca spasmodica del profitto, spesso il­lecito, come vuole il neoliberismo dominante che produce ingiustizie e nuove povertà; che, di fatto, ha annullato il diritto a un lavoro sta­bile e sicuro, ha alterato pesantemente, a suo favore, il rapporto ca­pitale-lavoro fino a degradare il lavoratore da persona a “capitale umano”, a “risorsa umana” .
Nefandezze che offendono la dignità dei lavoratori e , ancor di più, quella degli emigrati che si vogliono schiavi e proni ai voleri di padroni e padroncini.
Contro tali ingiustizie le forze di progresso dovranno riprendere la sana abitudine di battersi, unite e dovunque nel mondo, per riformare le società, l’economia secondo principi di equità, nel rispetto della Natura e dell’ambiente, all’insegna della cooperazione fra i po­poli e gli Stati, anche per ciò che riguarda l’emigrazione.
A mio parere, l’Europa, per mantenere un livello accettabile e dif­fuso di benessere, deve far ricorso all’immigrazione. Ma questo non può avvenire, come oggi avviene, in maniera disumana, incivile e il­legale. I “corridoi umanitari” invocati possono lenire parte delle sof­ferenze ma non estinguerle. Ci vogliono accordi di cooperazione con i Paesi d’origine, per legalizzare i flussi e sottrarli alle catene di pro­fittatori. Gli emigrati dovrebbero venire in Europa con aiuti statali a bordo di mezzi di trasporto moderni e sicuri e, una volta inseriti nelle realtà produttive, devono essere trattati alla pari dei lavoratori resi­denti. Questa sarebbe la vera svolta! Altro che la carità pelosa, il pietismo d’occasione, invocato anche dagli alti pulpiti.

3.                  Ciò detto, andiamo al tema specifico che dovrebbe essere af­frontato non con le contumelie, con le intolleranze, con odio perfino, ma con serenità e con proposte risolutive.
E’ inaccettabile questa conflittualità da “opposti estremismi” che impedisce una discussione libera e proficua, che rischia d’ intaccare perfino il diritto costituzionale di potere esprimere la propria opi­nione. Della serie: chi più blatera ha più ha ragione. E dire che, solo pochi mesi fa, abbiamo difeso, a grande maggioranza, la nostra bel­lissima Costituzione laica e antifascista.
In realtà, siamo in presenza di una colossale mistificazione che vor­rebbe dividere gli italiani in razzisti e buonisti!
Si tratta di due rumorose minoranze, due opposti che alla fine con­vergono: da un lato una subcultura di tipo razzistico, xenofobo che rifiuta l’immigrato per principio, cui si contrappone una subcultura di stile “buonista”, per usare una fraseologia impropria, che non si fa carico di tutti i problemi (e dei diritti) delle comunità d’origine e di accoglienza.
In questo crogiuolo di posizioni convivono posizioni “in buona fede” e mire inconfessabili di carattere elettorale e venale. Il problema è uscire da questa logica paralizzante e ragionare, lottare per una giu­sta accoglienza nella legalità. A certa “sinistra” impellicciata si deve ricordare che - così agendo - si finisce per favorire l’affermazione elettorale (e culturale) delle destre in Europa e non solo.
I risultati delle recenti elezioni tedesche e austriache dovrebbero es­sere di monito per la sinistra europea e per tutte le altre forze demo­cratiche. Un’Europa dominata dalle destre non sarebbe un buon viatico, prima di tutto per gli emigrati.

4.                  Il libro si apre con alcuni documenti politici e parlamentari del PCI che dimostrano come un grande partito popolare, autenticamente di sinistra, affrontò (già agli inizi degli anni ’80 del ‘900) il problema, proponendo misure eque, umanitarie in favore dei lavo­ratori immigrati regolari e delle loro famiglie e sanzioni contro gli speculatori e quei settori economici che sfruttavano l’immigrazione irregolare per realizzare profitti scandalosi. Dopo oltre un ventennio di migrazioni verso l’Italia e l’Europa, appare chiaro che non trattasi di un’emergenza ma di un fenomeno di massa incontrollato, indotto da plausibili cause socio-economiche, sovente strumentalizzate (tal­volta alimentate) da certi gruppi di potere locali e internazionali per obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con la dignità degli emi­grati e con l’umanitarismo da più parti invocato.
Un’emergenza si apre e si chiude entro breve tempo. Quando supera l’arco dei decenni diventa qualcos’altro che abbiamo il diritto di ca­pire e, se del caso, regolamentare per correggerne le storture.
Ogni Paese ha dei limiti nel suo sviluppo, problemi di compatibilità, di legalità, di bilancio, di sicurezza collettiva di cui tener conto e di cui devono farsi carico i governi e le forze responsabili, con spirito di solidarietà e in armonia con le norme del diritto nazionale e interna­zionale.
Intanto ribadendo, con chiarezza, la differenza giuridica fra profu­ghi e altri flussi di migranti. Secondo le vigenti Convenzioni interna­zionali, i profughi sono persone provenienti da zone di guerra o con gravi limitazioni dei diritti umani, ecc.
Con i mezzi di oggi non dovrebbe essere difficile accertare, in tempi brevi, lo status giuridico di ogni richiedente asilo.

5.                  Ogni Stato europeo, firmatario di tali convenzioni, ha il do­vere di accogliere i profughi provenienti da ogni parte del mondo, nella misura necessaria e sulla base di un’equa distribuzione sul ter­ritorio dello Stato nazionale e dei diversi Paesi aderenti all’U.E.
A proposito di accoglienza dei profughi c’è - a mio avviso- un aspetto non secondario, di solito trascurato, e che riguarda la responsabilità risarcitoria di chi ha provocato il “danno”ossia le guerre, gli atti di terrorismo, le occupazioni militari, ecc.
Si dovrebbe trovare, cioè, il modo di stabilire, nelle sedi opportune (Onu, tribunale internazionale), un obbligo di accoglienza, commisurato al danno provocato, da parte di quei Paesi che, con il loro in­terventismo militare e con i loro intrighi politici, hanno generato de­cine di milioni di profughi dal Medio Oriente all’Africa, al Sud est asiatico, ecc.
Il discorso vale anche per le quote di partecipazione agli aiuti che la “comunità internazionale” dovrà mettere a disposizione per la ricostruzione dei Paesi distrutti o fortemente danneggiati.
Non é ammissibile, politicamente e moralmente, che i Paesi aggressori, taluni per altro molto ricchi, possano godersi la “scena” delle loro distruzioni e passare il conto all’Europa o comunque a Paesi indenni da tali colpe.
La lista dei Paesi “interventisti” è arcinota. A chi rifiuta: sanzioni, sanzioni, sanzioni!

6.                  Per i flussi di altro tipo valgono le norme vigenti nei singoli Paesi di accoglienza che i governi devono applicare, invece che stare a guardare o, peggio, assecondare gli avvenimenti.
Compito dei governi è, per l’appunto, governare anche i fenomeni così complessi. Su come e con quali proposte si può discutere. Anzi se ne deve discutere. Importante è ragionare sulla base di giudizi ponderati e non di pre­giudizi inveterati, come spesso accade.
In attesa delle nuove regole, l’Unione Europea, invece di limitarsi a gestire malamente i flussi, dovrebbe attivarsi per costruire, insieme ai Paesi d’origine, una soluzione politica duratura e condivisa. Po­trebbe promuovere una Conferenza intergovernativa sulle migrazioni per giungere ad accordi, bilaterali e multilaterali di regolamentazione dei flussi, di cooperazione, di aiuto ai Paesi più poveri, finan­ziando programmi per uno sviluppo auto-centrato e diversificato.
“A chi ha fame - diceva Mao - non si deve offrire un pesce, ma inse­gnargli a pescare”. A tale fine, appare necessario riformulare gli strumenti d’intervento della cooperazione internazionale, introdurre nuove norme per riqualificare la spesa di settore e rimodulare e re-indirizzare il ruolo delle Ong le quali devono produrre, in loco, istru­zione, formazione e, soprattutto, assistenza allo sviluppo economico, occupazione e cultura democratica, ecc.
Ovviamente, tali ipotesi non sono esaustive. Altre ve ne sono o po­tranno venire. Il dibattito resta aperto, senza dimenticare un diritto umano fondamentale che ho richiamato nel testo: “Se il mondo fosse più giusto e solidale, dovrebbe riconoscere, e attuare, come primo diritto umano quello di non- emigrare ossia non costringere gli uo­mini e le donne del Pianeta ad abbandonare la propria casa, la pro­pria terra in cerca di un lavoro, di una vita migliore.
Per chi lo desidera, dovrà sempre esserci un diritto a emigrare, di spostarsi liberamente. Ma per scelta non per costrizione. Purtroppo così non è.”

(Gennaio, 2018)



File del libro:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/365933/immigrazione-la-moderna-schiavit/


domenica 24 dicembre 2017

UN UOMO CHIAMATO “VIAGGIO"

di Agostino Spataro (*)

1...              “Professù, stamattina dov'é diretto? Dalla borsa mi pare nelle vicinanze.”
L’autista dell’autobus accolse con un sorriso bene augurante il vecchio professor di francese Raffaello Nicotra in partenza per il… mondo. Gli tese una mano per aiutarlo a salire il predellino d'accesso, troppo alto per le sue  flebili gambette costrette a reggere il peso di un’ingombrante obesità.
“Dove va stavolta? Se non sono indiscreto.”
“Ma niente. Robetta. Un simposio sulla metempsicosi che inizia domani all’università di Bologna.”
“Sulla che?”
“Me-tem-psi-co-si…”
“Ma cos’è una nuova malattia?”
“No, che malattia! Si tratta di una nuova teoria che a che fare con la filosofia orientale. Robetta. Fra due, tre giorni sarò di ritorno.”
“E allora buon viaggio e buon simposio, professù”, lo salutò l’autista che sapeva, e fingeva, come tutti in quel paese.
Il bus delle 7,30 era affollato di studenti che andavano a studiare nel capoluogo. Alcuni erano suoi ex allievi. Uno gli cedette un posto in prima fila. Anche loro sapevano e fingevano.
Lo chiamavano, affettuosamente, il “signor viaggio”. L’intero borgo sapeva e fingeva. Una finzione collettiva, pietosa, solidale, complice per proteggerne un’altra drammatica, illusoria ossia quella del Nicotra che pareva essere uscito dal mondo del reale per entrare in quello del fantastico, della stravaganza.   
Dopo una vita irreprensibile in cattedra, era divenuto stravagante, curioso, desideroso di viaggi e  belle donne. Desideri per lui irraggiungibili per via dell’età e del magro reddito.
Ed ecco, allora, l'invenzione del viaggio. Viaggi quasi sempre immaginari, fantastici che lo portavano da un capo all'altro dell'Italia, dell'Europa, quasi sempre per città rinomate, mitiche.
Una mattina “partiva” per Paris e rientrava in paese... in serata.
Come era possibile? Semplice. Partiva col il primo bus della “Delta trasporti” e rientrava verso le 18,00 con quello  della “Camilleri & Argento”. In tempo per la cena. Il suo "soggiorno parigino" si svolgeva sopra una panchina della stazione, a leggere un libro o il giornale. O ad osservare la gente che passava.
Se qualcuno gli domandava cosa stesse facendo rispondeva che era in attesa del treno per Palermo per andare all'aeroporto e imbarcarsi sul volo per Parigi; a qualche altro diceva che era appena arrivato da Parigi e stava aspettando qualcuno che lo portasse a casa.

2... Senza più la sua scuola, i suoi "ragazzi", i suoi colleghi, si sentiva ristretto, come in cattività, in quell'opprimente bilocale a primo piano.
Era convinto che alle grandi idee non si confanno gli ambienti angusti, gretti, mortiferi come quelli di certi paesini che hanno smesso di essere contadini senza riuscire a diventare altro. Aggregati informi senza più una precisa identità culturale, privi di una configurazione sociale ben definita. Paesi in declino, dove la vita appare scandita dai tristi latrati dei cani e dai rintocchi delle campane a morto. Paesi-fantasma alla ricerca di un nuovo destino che nessuno intravede.
Grandi idee, grandi spazi. Questo era il suo motto. Per dare sfogo ai suoi ambiziosi propositi, il professore necessitava di grandi spazi, desiderava conoscere genti e luoghi lontani, dialogare con altri "colleghi" visionari. Visionario. Questo era il suo nuovo status intellettuale, esistenziale. Poiché dai
visionari – sosteneva - verrà la nuova elite destinata a plasmare, a guidare la futura umanità.
Sempre più avanti della realtà, i visionari potranno rompere le catene del pensiero unico, del miserabile profitto che lo genera, ridare libertà e dignità ai popoli del mondo.
 Una sera comunicò alla moglie "Domani mattina andrò all'aeroporto per prendere il volo per Bologna.”
La poveretta gli preparò la valigia con l'occorrente per tre quattro giorni. Anche lei recitava in questa sorta di commedia degli inganni.
Fingeva, e piangeva, ogni qual volta il marito “partiva”.
In famiglia, in paese tutti sapevano e stavano al gioco. Un gioco triste che si fece evidente da quando il professor cadde in depressione, soprattutto dopo l'assegnazione del Nobel per la letteratura a Dario Fo. Vi chiederete: che cosa c’entri la messinscena con il premio conferito a Fo?
Se avete un po’ di pazienza cercheremo di scoprirlo insieme.

3...  Avrete capito che questa storiella, in parte vera, ha come protagonista un professore pensionato, avvilito della vita grama che la pensione gli aveva riservato. Il suo medico intuì subito il problema e gli consigliò un anti-depressivo assai singolare, basato su due “molecole” in particolare: scrivere e viaggiare. In quanto a scrivere aveva scritto tanto, in quanto a viaggiare aveva viaggiato poco. Ma- come detto- pensava di rimediare all'inconveniente con la fantasia.
Comunque sia, una terapia piacevole che gli consentiva di combattere il male e, al contempo,  d’innalzare il livello di autostima, fino al punto di considerarsi degno del premio Nobel per la letteratura al quale, ogni anno, si auto-candidava. 
Formalmente, s’intende. Con tanto di lettera raccomandata RR indirizzata alla reale accademia svedese. Certo, costava un po’ quella missiva, ma poteva prendersi la soddisfazione di esibire agli increduli la ricevuta bollata della reale Accademia.
La candidatura fu sostenuta, così per celia, nei vari posti dove il popolo “babbia”. Specie in quei circoli di sfaccendati che, dietro la facciata “culturale”, nascondono attività meno onerose quali il gossip e le bische clandestine. Sodalizi dove l’unica traccia di “cultura” sono il quotidiano locale e qualche rivista, per la gioia di quei soci che vengono a leggere le cronache locali, senza bisogno di passare dalla edicola.
Un grande "dibattito" si accese fra le poltrone di un antico sodalizio intitolato al grande drammaturgo Luigi Pirandello, illustre conterraneo e Nobel per la letteratura, il quale in una sua novella aveva menzionato il paesino.
Nei bar, per le vie c'era sempre un qualche figlio di buona madre che lo incoraggiava.
Tutto ciò era per Nicotra una conferma della sua aspirazione al prestigiosissimo riconoscimento. Ne era degno al pari di tanti altri recentemente insigniti. Fra i quali, appunto, quel Dario Fo che in vita sua non aveva prodotto una vera opera letteraria.

4...    Cominciò a girare con in tasca un testo stampato del suo “Inno all’amore e alla pace” e con il ritaglio di un giornale polacco, dove fuoriusciva un suo primo piano mentre- seduto al tavolino della trattoria “da Carmelo” fra piatti di trippa alla giurgintana e un “pedi di porco” in umido- illustrava al giornalista straniero gioie e dolori della sua marcia di avvicinamento a Stoccolma.
Anche la stampa internazionale si stava occupando di lui, sosteneva la sua candidatura.
D'altra parte, il professore poteva vantare una produzione letteraria di prim'ordine. Raccolte di poesie, odi e inni a questo e a quello, poderosi poemi che amava recitare, in anteprima, per i soci del “Parnaso”, il circolo dei più raffinati maldicenti del paese.
Gli mancava soltanto il grande romanzo. 
Il Nobel? Anche lui sapeva che era un'altra finzione, una presa in giro. Un gioco cui, il professore, eterno candidato, in fondo si prestava.
Gli piaceva giocare il ruolo del poeta maltrattato, discriminato, volutamente ignorato perché temuto.
Comunque sia, per “non sapere leggere e scrivere” (un modo di dire nostrano, in questo caso paradossale se applicato a un aspirante Nobel per la letteratura), si diede a spulciare riviste specializzate per conoscere un poco i meccanismi e le regole procedurali dell' Accademia svedese.
Nel caso fosse arrivata “The magic call”, la magica telefonata dell’assegnazione.
Insomma, si predispose a fronteggiare ogni emozione: l’assalto dei giornalisti, dei fotografi, gli auguri delle più alte autorità, gli abbracci degli amici, della gente per le vie, le lettere dei fan, dei suoi alunni sparsi per vari paesi della provincia.
Conosceva anche l’ordine delle premiazioni: prima Medicina, poi Fisica, Chimica, Economia, Pace e infine Letteratura. “A noi tocca per ultimi. Per chiudere in bellezza.”, si compiaceva.
Lui era pronto. Ma quella benedetta telefonata non arrivava.

5...              Ogni anno la stessa scena consolatoria, in attesa della prossima assegnazione. I suoi finti estimatori incoraggiavano il professore alimentandone le speranze, cantando le lodi delle eccelse,  poetiche virtù.
Lo lasciavano crogiolare nel suo brodo di giuggiole, senza manco informarlo che non bastava una lettera raccomandata per essere ammessi fra i candidati al prestigioso premio.
“Professore non si scoraggi, verrà il suo turno. Alla prossima. Come si dice: non c’è due senza tre.”
Il “due” si riferiva ai due Nobel siciliani: Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo. Il tre a lui…
“Non si perda d’animo. Anche a Stoccolma c’è un turno e non sempre é premiato il merito…Lei lo sa meglio di noi. Però, non si sa mai. Improvvisamente, può arrivare…Il Nobel non è più il riconoscimento riservato ai giganti della letteratura. Anche a Stoccolma é arrivata la lottizzazione. Vi sono giochi politici, editoriali, commerciali, compromessi di diversa natura. La prova? Il Nobel a Dario Fo! Un attore di dubbio talento che non ha scritto nulla per meritarlo.
Quel premio é stato un compromesso al ribasso!
I membri della giuria, non trovando l’accordo su una candidatura di alto profilo, si sono accordati su una di basso profilo.”
Ricordargli il premio a Fo era come affondare il coltello nella piaga. Nicotra perdeva il suo aplomb da gentleman e il suo sorriso bonario, luminoso e, rosso in viso, le mani tremanti, si lasciava andare contro il neo-Nobel.
“A parte il “mistero buffo”, scopiazzato e male assemblato, cos’altro ha scritto questo Fo? La sua letteratura in che cosa consiste?”

6...              Non si dava pace. Passava da manifestazioni di acuto nervosismo, che spesso scaricava sulla moglie, a stati depressivi veri e propri. Per evitare conseguenze più gravi, andava a barricarsi nel suo studiolo da dove scorgeva solo un pezzo di cielo. La sua piccola porzione di cielo. Passava le ore, i giorni talvolta, a interrogare i suoi libri, i suoi poeti.
Oltre al medico, anche gli amici consigliarono che era meglio “sbariari”, divagare, riprendersi la libertà sopra quella vita soffocata dal provincialismo cafonesco. Era questa la sua cura.
E fu così che iniziò a viaggiare…in lungo e in largo.
In realtà, erano gite fuori porta, contrabbandate per viaggi a lungo raggio per partecipare a conferenze di altissimo livello o per rendere omaggio, e chiedere conforto, ad alcuni grandi scrittori che tanto amava.
Le destinazioni più frequenti erano il pino del Kaos, per raccogliersi in adorazione di fronte al masso di calcare bianco contenenti un pugno delle ceneri di Luigi Pirandello, il Nobel suo conterraneo che tanto lustro continuava a dare alla sua patria negletta, e la stazione di Acquaviva Platani dove, per un certo periodo, visse con il padre ferroviere, l’altro Nobel siciliano, il poeta Salvatore Quasimodo.
In questo sperduto borgo dell'interno isolano visse anche Elio Vittorini, figlio di un cantoniere siracusano che diverrà cognato di Quasimodo.
Una sorta di pellegrinaggio presso questi due luoghi isolati, popolati da lucertole e da uccelli di ogni tipo: il primo, il Kaos, bagnato dal mare “africano”; il secondo dal Platani (“l’Halykos” degli antichi) il fiume-padre (e madre) di questa gran vallata che dai monti Sicani scende fino alle spiagge di Eraclea Minoa, dove - secondo il mito- fu sepolto Minosse, il re di Creta, venuto in Sicilia per vendicarsi di Dedalo spergiuro rifugiatosi presso Kocalo, il re sicano.
Ma quanta bella gente sulle rive di questo fiume un tempo navigabile per quasi l’intero corso!

7...              In particolare, al professor Nicotra piaceva soffermarsi nei luoghi pirandelliani. Oltre alle visite al Kaos, passava spesso per via della Verdura a rimirare la casa in cui il Nobel visse la sua adolescenza agrigentina. Qualche volta, faceva una puntatina a Porto Empedocle dove c'era la sua scuola o ad Aragona presso le zolfare (chiuse) dove il giovane Luigi coadiuvò il padre nella gestione della “pirrera”.
Seppe del soggiorno dei due illustri cognati letterati ad Acquaviva Platani dalla lettura di uno scritto di Eugenio Giannone (in “Il fiume Platani”) di Cianciana, apprezzato cultore della storia del fiume e dei paesi lambiti.
“Il Platani è fiume caro anche ad un altro grande, immenso poeta siciliano: Salvatore Quasimodo [xvii], premio Nobel per la letteratura nel 1959, che nella valle dell’Halykos, seguendo il padre ferroviere, trascorse un periodo della sua infanzia presso la stazione di Acquaviva Platani… Quel posto, come tutta la Sicilia, patria solare scambiata per le nebbie della Lombardia, ma i cui bugni di zolfo dondolano sul suo capo, rivive in lui costantemente. La Sicilia, terra mitica, è il porto sicuro, il luogo in cui si stemperano, al ricordo, le sue ansie di esule.”
Ne “ I ritorni” il poeta modicano ricorda con nostalgia la sua residenza ad Acquaviva.
“Piazza Navona, a notte, sui sedili
Stavo supino in cerca della quiete,
E gli occhi con rette e volute di spirali
Univano le stelle,
Le stesse che seguivo da bambino
Disteso sui ciottoli del Platani
Sillabando al buio le preghiere…”
Da “Che vuoi, pastore d’aria?”:
“Ed è ancora il richiamo dell’antico
Corno dei pastori, aspro sui fossati
Bianchi di scorze di serpenti. Forse
Dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
Dove il Platani rotola conchiglie
Sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
Di pelle uliva. O da che terra il soffio
Di vento prigioniero, rompe e fa eco
Nella luce che già crolla; che vuoi,
Pastore d’aria? Forse chiami i morti
Tu con me non odi, confusa al mare
Dal riverbero, attenta al grido basso
Dei pescatori che alzano le reti…”

 Acquaviva, una storia lunga quasi quattro secoli che, in qualche misura, si intreccia con la vita di due fra i più grandi letterati siciliani.
Anche Elio Vittorini ricorda con nostalgia quel periodo in cui mangiava "grandi piatti di pasta e fave verdi “a frittedda”, preparati dalla madre.
Nella sua opera più nota, “Conversazioni in Sicilia”, ambientò alcuni episodi nella casa cantoniera dove aveva vissuto da fanciullo: “E pensai Acquaviva molto lontano nello spazio, una solitudine in bocca al monte… e mia madre disse che era una terribile estate e che era una terribile estate significava non un’ombra per tutti quei chilometri, le cicale scoppiate al sole, le chiocciole vuotate dal sole, ogni cosa al mondo diventata sole”.
In alcuni paesi dell'agrigentino v'erano le tracce del passaggio di altri illustri letterati per i quali il Nicotra nutriva grande stima. Perciò, ogni tanto, si recava nelle loro patrie vicine per respirare l'aere, intriso di colori e di essenza di trementina, che le loro opere spandono tutt'intorno.
Di particolare intensità erano le visite nella Racalmuto di Leonardo Sciascia, nella Palma di Montechiaro, paese d'origine della famiglia del “Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Solo per dire di alcuni. Poiché nello zoccolo della Sicilia sud-orientale c'è stato un gran fiorire di scrittori, alcuni celeberrimi, altri “minori” che attendono, impazienti, il loro turno.

8...  Quella mattina salutò la moglie per andare a prendere l’aereo per Napoli, dove, su invito della magnifica università "Federico II di Svevia", doveva svolgere una prolusione in un simposio internazionale sulla vita e le opere di Giordano Bruno, nolano, mandato al rogo dalla santa inquisizione per essersi rifiutato di abiurare alle sue idee.
Il viaggio a Napoli richiedeva almeno due-tre giorni. Per "coprirli" decise di avventurarsi per la tratta Agrigento -Siracusa: trecento chilometri in nove ore e 15 minuti; diciotto ore e 30 minuti A & R , quasi un’intera giornata a viaggiare.
Un sacro lentore che ancora oggi caratterizza i convogli delle FS.
Nel caso di questa tratta ferroviaria, lo sviluppo si è davvero fermato al IV secolo avanti Cristo. A ben pensarci, le 9 ore di oggi sono lo stesso tempo impiegato 2.370 anni prima dai cavalieri siracusani che - secondo Plutarco - coprirono tale distanza in una sola nottata.
L’episodio - riportato da Michele Lanza Caruso- risale al 358 avanti Cristo, quando Farace  “accampato nelle vicinanze della neapoli akragantina intese che Eraclide, il noto traditore, si dirigeva verso Siracusa con la flotta per occuparla e allora marciò tutta la notte alla volta di Siracusa, percorrendo 700 stadi, e poté prevenire Eraclide”.
Dopo quasi 25 secoli, sono rimasti, sostanzialmente, invariati i tempi per il collegamento fra queste due città, ieri le più potenti e opulente della Magna Grecia, oggi i due più rinomati siti archeologici della Sicilia. Tutto ciò é un bene o un male?  Forse, potrebbe essere un  suggerimento a “rallentare” lo sviluppo, a rispettare i suoi limiti, invalicabili. Per salvare il Pianeta, la nostra casa comune.
D'altra parte, Agrigento-Siracusa è una seducente traversata sentimentale, fra scenari di luce e di storia che illuminano il passato e il presente di cittadine, più o meno illustri, disseminate sugli altipiani agrigentini o abbarbicate sulle pendici dei monti Eblei. 
E' anche un itinerario letterario che si snoda fra colline e paesi incantati, calanchi d’argilla, opime pianure di serre di pomodori e di zucchine, città barocche e monumenti plurimillenari, tradizioni e lingue primordiali.
Insomma, un paradiso che ha visto nascere grandi narratori, geni della scienza, della filosofia, dell’arte…
Peccato che il “paradiso” sia stato violato, avvelenato da alcuni mega- complessi industriali di chimica di base, di società venute dal nord o dall’estero le quali, in cambio di un po’ di posti di lavoro, hanno avuto mani libere per compromettere, seriamente, lo sviluppo naturale di queste contrade.
Oltre alla chimica (oggi in forte declino), questa fascia del territorio isolano ha altri due nemici da non sottovalutare: le basi e gli impianti militari al servizio della Nato e di potenze straniere e la siccità che continua a tormentarla.
Nessuno ne parla. Ma vi sono studi previsionali piuttosto attendibili, commissionati dal governo italiano, che pronosticano, da qui a un secolo, una mutazione dei territori del sud-est siciliano da orti forzati a deserti di sabbia.
Il Sahara potrebbe vincere la tremenda sfida con il mare e sbarcare in Sicilia, in pompa magna.

10...Un tragitto affascinante ma stancante che il professore spezzò con qualche fermata. A Canicattì la più lunga, in attesa di una coincidenza e per effettuare il cambio di scartamento poiché il treno usciva dalla linea principale (Agrigento-Roma-Milano) e imboccava quella secondaria per Licata, Gela, Ragusa, Siracusa.
Nicotra ne profittò per visitare il palazzo dello stravagante barone Agostino La Lumia che vi abitava, solo raramente, con un gatto persiano designato suo erede universale.
Un gatto erede di un ricco patrimonio?
Una decisione davvero bizzarra, in sintonia con il personaggio, che fece imbestialire gli eredi di sangue, i tanti figli naturali e non riconosciuti e, soprattutto, Pietro, il mite domestico tuttofare, che lo accudiva fin da quando era un paffutello infante dell’illustre casata.
In genere, il barone era in giro a “coglioneggiare” fra tanta bella gente per alberghi e nigth di lusso. Nel volgere di pochi anni, lui e il suo gatto divennero personaggi osannati, adulati da ammiratrici annoiate alla ricerca di emozioni “forti” e da cronisti a caccia d’improbabili scoop di stagione.
Un ottimo personaggio per il romanzo che, da tempo, il professore meditava di scrivere per accontentare i suoi fan e la casa editrice.
“Dopo tanta poesia, ci vuole un romanzo. - gli ricordava il solerte direttore - Il romanzo è un veicolo che porta lontano, che fa conoscere l’autore al grande pubblico. Almeno un romanzo ce lo deve dare, caro professore.”
Per accontentarlo, Nicotra abbozzò un’idea di romanzo e si mise alla ricerca di un personaggio acconcio. Dopo una vasta cernita, la scelta cadde sul patrizio di Canicattì.
Peccato che, dopo vari tentativi, non era riuscito a parlargli, nemmeno a vederlo. Il barone era estremamente mobile, non stava fermo in nessun posto. Tanto meno in casa propria. Le cronache lo segnalavano a passeggio per le vie delle più rinomate località turistiche o nei nigth più in, con il suo inseparabile persiano nero: un giorno a Taormina, un’altro a Cefalù, una notte a Capri, un’altra a Roma, a Portofino, ecc. Agostino viaggiava, per davvero e in continuazione. Anche per tenersi lontano dai tanti creditori che l’aspettavano, furenti, a Canicattì.
Il macilento Pietro, che da molti mesi non vedeva una lira di stipendio, rispondeva che Sua Eccellenza non era in casa, chissà dove gli lucevano “le corna”.

11...              Il viaggio in treno sulla tratta Agrigento - Siracusa può suscitare reazioni di segno contrapposto. Al solito turista frettoloso un’impressione sconsolante, irredimibile della Sicilia. Mentre una persona colta e paziente lo apprezzerà come un’occasione irripetibile per osservare una sequela di luoghi mitici e di paesaggi cangianti che riflettono la storia e la natura mutevole della Sicilia e dei siciliani.
Per il professore Nicotra fu, soprattutto, un indimenticabile viaggio letterario. Una gioia.
Lungo quegli altipiani e quei calanchi d'argilla s'incontrano i luoghi in cui nacquero autori di prima grandezza, nomi che illuminano il firmamento della letteratura italiana e mondiale: dai due Nobel Pirandello e Quasimodo a Leonardo Sciascia, racalmutese, a Vitaliano Brancati, pachinese, a Gesualdo Bufalino, comisano, a Elio Vittorini siracusano. Solo per ricordare i più noti.
Certo, a Vittorini fu addebitata la grave pecca di avere bocciato il manoscritto de “Il Gattopardo” che il Tomasi inviò alla Mondadori. Ma fu vera pecca?
Il professor affrontò la traversata con entusiasmo giovanile, richiamato dal profumo dei grandi autori che desiderava emulare fino in fondo. Fino al Nobel, per l'appunto.
A bordo del trenino scoprì questa metà della Trinacria contraddittoria e poco conosciuta: dagli aridi altipiani dello zolfo e del sale del bacino fra Aragona, Grotte e Racalmuto ai vigneti “plastificati” del comprensorio di Canicattì, dal colossale petrolchimico di Gela (in gran parte ferraglia arrugginita) alle distese serricole di Licata e di Vittoria, dalle stupende città del barocco ibleo (figlie del terribile terremoto del 1693 in Val di Noto) agli agrumeti, alle vestigia greche del siracusano.
Colline brulle e panorami silenti che dall’erta di Comitini-zolfare dominano paesaggi primordiali, paesi-fortezza e, laggiù in fondo, le Madonie con le loro vette piatte, irregolari. Ai fianchi si aprono le “bocche dell’inferno” ossia gli ingressi delle miniere di zolfo, ormai inattive, dove si calavano uomini e carusi sventurati per cavarne milioni di tonnellate di preziosa pietra gialla che contribuiva a formare empie ricchezze e scandalose ingiustizie. 
Dopo Canicattì, il treno viaggiò, praticamente, solo per lui. Il professore, come un gran re del nord-Europa, stava facendo il suo piccolo "grand tour" attraverso un paesaggio incantevole, punteggiato di ombrosi carrubi, imbrigliato in un intrigo di muretti a secco, una meraviglia dell’ingegno contadino, che s’inseguono fino alla periferia industriale di Ragusa.
A Modica “iusu” (bassa), bellissima città barocca, per secoli capitale della potente omonima contea, si fermò per visitare la casa natale di Quasimodo. Tappa obbligata per un aspirante al Nobel.
E poi a Scicli, con le sue chiese e palazzi sontuosi, dove era in corso la festa della "Madonna delle Milizie" che, secondo la tradizione, intervenne a fianco di Ruggero d’Altavilla nella vittoriosa battaglia del 1081 contro le armate arabe. Da cantore della pace, il professore non capì come si potesse schierare a battaglia una Madonna armata!
Terminato il “viaggio in continente”, Nicotra prese un bus che i 4 ore lo riportò in paese. In tempo per la cena. Chapeau, monsieur le professeur et bon voyage...dovunque tu vada.


* dal mio "Il cavaliere e la notte"
https://www.ibs.it/cavaliere-notte-libro-generic-contributors/e/9788892326071


sabato 9 dicembre 2017

A PROPOSITO DI GERUSALEMME CAPITALE D'ISRAELE...




sto
di Agostino Spataro
La comunità internazionale ha respinto l’improvvida decisione del presidente Donald Trump di ordinare il trasferimento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme che, di fatto, avalla la scelta adottata dai governanti israeliani, unilateralmente e in difformità delle deliberazioni dell’Onu, di proclamare la "Città Santa" delle tre religioni capitale dello stato d’Israele.
Tale scelta é giudicata preoccupante, inopportuna sul terreno politico per le conseguenze gravissime che può determinare (che sta già determinando) sul piano della convivenza e della sicurezza fra i popoli palestinese e israeliano e gli altri della regione e, soprattutto, perché lede lo spirito e la lettera delle diverse risoluzioni dell’ONU a riguardo. Appare chiarissimo che tale forzatura introduce un ulteriore elemento di destabilizzazione nella martoriata regione mediorientale e mediterranea.
Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per le risoluzioni dell'Onu e per i diritti nazionali del popolo palestinese e quelli delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.
I sottostanti materiali (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.
Tale assunto è sempre in vigore, non essendo stato mai revocato dalle Nazioni Unite.
Purtroppo, non è questa la prima volta che vengono aggirate, violate le risoluzioni in materia.
In primo luogo da Israele che, paradossalmente- come si potrà rilevare dalla sottostante lista- può vantare un doppio primato: quello di essere il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’ONU.
Come dire: il figlio che non rispetta le decisioni della madre (Onu) che lo ha generato!
Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indebolimento provocato dall’unilateralismo israeliano e statunitense, praticato da vari presidenti Usa (da Reagan in poi), resta l’unica fonte, universalmente riconosciuta, della legalità internazionale.
Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.
Chi non le osserva si mette fuori della legalità internazionale.
A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu. Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (Palestinesi, Siria, Libano, Giordania).
Per chi desidera documentarsi sulle principali violazioni israeliane a riguardo può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.
Per agevolarne l’approccio, segnaliamo i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce (fino all’anno della pubblicazione) l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme: 

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme
“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 
 Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 
“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme - est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…
“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.
 Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme
“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”
 Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum
“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”
 Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme
Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”
Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est
Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme - est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”
 Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele
Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”
 Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi 
“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:
Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;
Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;
Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;
Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;
Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.
 Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati
“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”
  Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra
“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”
 “Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.
Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione
I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi
(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)
Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele
Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie
“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio disicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…
Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.



(Se può interessare, segnalo il sottostante articolo dove si parla di un titolo di “Re di Gerusalemme”,  associato a quello di “re di Sicilia”, entrambi, ancora oggi, rivendicati dagli eredi di Federico II di Svevia e di Casa Savoia:
http://www.ticinolive.ch/2014/11/17/gerusalemma-santita-conflitto-agostino-spataro/



lunedì 4 dicembre 2017

BUDAPEST CONCERTO

Stefania Palota-Musica da camera-dir. Banfalvi Bela


Stefania Palota

Stefania Palota

Opera- Il tenore imbottigliato

Pubblicità LV. Andrassy ut

La Piaggio

La spesa



Bud. Piazza della Libertà- Monumento all'Armata Rossa Sovietica


Pubblicità teatrale

Bud. Natale a parco Ligeti




Vic Teatro
Budapest 3 dicembre 2017- Foto di Agostino Spataro.