lunedì 26 marzo 2018

SULL'ORLO DELLA VERITA ?


CHI FU VERAMENTE GIUDA ISCARIOTA: UN TRADITORE O LO SPECCHIO DI GESU?


                                 (foto da Google)


di Agostino Spataro de Italia (*)

... Per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che Giuda lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo…

1… Nei prossimi giorni, i riti della "via crucis" rievocheranno il sacrificio del Cristo e il dramma umano di Giuda, suo apostolo, che secondo i canoni ecclesiastici e la tradizione popolare fu il traditore di Gesù. Traditore per antonomasia, si potrebbe dire. Giacché  il nome dell'iscariota è divenuto sinonimo del più vile misfatto.
Nelle culture retrograde e/o infarcite d’illegalità, talvolta viene assunto in maniera estensiva per bollare di "tradimento" perfino un atto di dovere civico e/o di dissociazione dal male. 
"Giuda", infatti, può essere anche colui che denuncia un reato, un abuso, un "pentito" di mafia, un politico che si allontana da un capo corrotto, ecc. In questo caso, attribuendo, indirettamente, un ruolo, addirittura, divino a un malvivente. 
Ma Giuda fu veramente un traditore o lo specchio di Gesù?
Al terribile dilemma cerca di rispondere il teologo svedese Nils Runeberg  (inventato da Jorge Luis Borges in “Finzioni”, Einaudi, 2004), il quale, nel suo libro “Kristus och Judas”, degli inizi del 1904, s’incaricò di dare una risposta, coraggiosa quanto scandalosa, propendendo per il secondo attributo. Una questione complessa che il celebre scrittore argentino pone al centro del suo saggio, un po' presago, giungendo, addirittura, ad asserire che "non una sola, ma tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false".
Com'era prevedibile, Runeberg - che Borges assicura essere "profondamente religioso " e membro dell'Unione evangelica nazionale- sarà sconfessato e bollato d'eresia dai rappresentanti di tutte le confessioni cristiane che consideravano intollerabili le sue teorie.
Giuda fu condannato alla dannazione eterna o può essere “recuperato”?
Anche su tale interrogativo il dibattito è aperto all’interno della Chiesa. Nel dicembre 2016, un altro eminente argentino, Papa Francesco, parlando di Giuda non lo ha definito “traditore”, dannato, ma “una pecora smarrita”, una sorta di fratello confuso: “Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”   
(in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2016/documents/papa-francesco-cotidie_20161206_giuda-e-pecora-smarrita.html)

2… Probabilmente, Runeberg/Borges giunse sull'orlo della verità e da lì discese- come fanno in pochi- nell'abisso dove vanno a morire le verità più temibili, inconfessabili.
E qui mi fermo, poiché su tali, intricate questioni non intendo addentrarmi per incompetenza, e perché non desidero parteggiare per l'una tesi o per l'altra, entrambe frutto della finzione, della fervida immaginazione di Borges. 
Da lettore del saggio borgesiano, segnalo soltanto alcuni spunti che, se non altro, hanno il merito di conferire dignità intellettuale a una visione inedita che, andando controcorrente, ha osato sfidare l'anatema. 
Pur con il rispetto dovuto al genuino sentimento di religiosità popolare, l'argomento, per nulla blasfemo, merita considerazione quantomeno per l'attualità acquisita dopo la pubblicazione, nel 2005, da parte di National Geographic, del cosiddetto "Vangelo di Giuda " ossia la traduzione del papiro, in lingua coopta, ritrovato in Egitto negli anni '70.
Ma cerchiamo di seguire il ragionamento del (finto) teologo svedese il quale, incalzato da diverse,    convergenti condanne d'eresia, fu costretto a riscrivere il libro per ben tre volte, senza tuttavia abiurare alla sua tesi di fondo.
In primis, egli rileva "la superfluità" del tradimento di Giuda, poiché per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che un apostolo lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo.  Osservazione logica che non fa una grinza. Tuttavia- prosegue Runeberg/Borges - il fatto è accaduto e non fu dovuto a mera causalità (inammissibile nella Scrittura), ma " fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell'economia della redenzione".

3…  La tesi che giustifica l'incomprensibile accadimento è quella che, il Verbo, incarnandosi, "passò dall'eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte e che per rispondere a tanto sacrificio era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno".
Ecco, dunque, chiarito l'enigma di Giuda Iscariota che l’autore così spiega: egli fu l'unico, tra gli apostoli, a intuire la tremenda missione di Gesù e, da buon discepolo, decise di tradire il suo Maes-tro, abbassandosi alla condizione di delatore e incassando i trenta denari, il prezzo del tradimento, per annichilirsi a livello del peggiore malfattore e così meritarsi la più grande riprovazione.     
Giuda "agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d'esser buono, mortificò il suo spirito. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe e scelse quelle cui non visita alcuna virtù: l'abuso di fiducia e la delazione. Giuda cercò l'inferno, perché la felicità del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, che non debbono usurpare gli uomini ".
Runeberg/Borges estremizzò la sua visione fino a identificare Giuda come specchio di Cristo. Per quanto possa apparire assurda, la riportiamo, in estrema sintesi e sulla base del racconto che ne fa Borges: “Dio, per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda".
Giuda, dunque, l'incompreso, il Dio sconosciuto. Non a caso il libro di Runeberg si apre con una epigrafe, da Borges definita "perfida", che altro non è che un versetto del Vangelo di Giovanni: "Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe".
(Agostino Spataro)

(*)Tratto da un articolo pubblicato in un periodico argentino:                                                                                       http://palermotour.com.ar/Noticias_2010/noticia_227_judas.htm
                  
PS. Quando non diversamente indicato, i brani virgolettati sono da attribuire alla citata opera di J.L. Borges. 














venerdì 23 marzo 2018

"IL PRIMO DEI NON ELETTI", di Agostino Spataro


(Dopo gli eletti restano in attesa, speranzosi o rancorosi, i primi dei non eletti! Una libera interpretazione di fatti realmente accaduti.)

Il primo dei non eletti*

1…  Tempo di elezioni, di vittorie e di sconfitte, anche personali, tuttavia con meno strascichi, ansie che, vigendo il vecchio sistema pro­porzionale, coinvolgevano gli eletti e i non eletti: i primi perché teme­vano una morte subitanea e i secondi perché, intimamente, si augura­vano ciò che i primi temevano.
Oggi, con i collegi uninominali, questo problema non sussiste: in caso di vacanza del collegio non è previsto il subentro ma é indetta una nuova elezione.
Onestamente, bisogna dire che molti dei “non-eletti” presto si rasse­gnavano e rientravano nell’anonimato. Solo taluni, nei casi più contro­versi, ricorrevano all’Ufficio centrale elettorale o addirittura alle vie legali per ottenere una sentenza riparatrice che non giungeva mai o solo qualche mese prima della scadenza del mandato.
C’era, invece, chi preferiva aspettare…
Attendere gli eventi, talvolta imprevedibili e funesti, confidando nella giustizia divina visto che in quella terrena non c’era molto da spe­rare.
Con quali esiti? Questa storiella, realmente accaduta non tanto tempo fa, è rivelatrice del clima di apprensione, se non di vero e proprio ter­rore, che regnava fra gli eletti nella lista della Democrazia Cristiana per la circoscrizione della Sicilia occidentale.

2…  “Murì, murì! Improvvisamente, stamattina”
“Cu è, cu è ca murì?”
“Giuvanni, Giovanni Fatta”
“Mischinu! E chi ci vinni? Comu fu?”
Quella mattina, c’era molta agitazione davanti alla buvette di Monte­citorio, dove un gruppetto di deputati siciliani stavano commentando, concitati, l’inattesa dipartita dell’on. Giovanni Fatta, deputato democri­stiano di Trapani. Uomo politicamente schivo, quasi muto in Parla­mento. Nessuno sapeva da chi e per quali meriti politici fosse sempre eletto in quella circoscrizione. S’intuiva, si sospettava, ma non si po­teva dire…
Intanto, Giovannino, mutu mutu, si era fatto tre legislature.
La notizia l’aveva portata l’on. Ginesio, democristiano, eletto nella stessa circoscrizione del deputato defunto.
Sopraggiunse un nugolo di giornalisti armati di registratori che fecero cessare, di colpo, quel ronzio di anime in pena. Gli onorevoli si chiu­sero in un terreo silenzio, visibilmente tesi.
Come presto vedremo, ne avevano ben donde.
Soltanto l’on. Ginesio non si dava pace, continuava ad agitarsi.
L’udii sbottare: “Qui c’è la mano di quello …Colpisce ancora stu disgraziatu. A tradimentu.”
Morte, tradimento? Si pensò a una terribile congiura. L’uditorio rag­gelò.
“Quello chi, chi? Il cancro…?” - chiese qualcuno.
“No. Quell’essere spregevole è peggio del cancro”
Peggio del cancro? E chi mai poteva essere quell’individuo dotato di poteri più micidiali della malattia del secolo? Se non…
Tutti capirono a chi stesse alludendo Ginesio, chi fosse il maligno. Tuttavia, nessuno osò pronunciarne il nome. Non per omertà, come vorrebbe una certa vulgata applicata alla morale dei siciliani, ma per la fottuta paura d’incappare nel raggio dell’azione malefica dell’Innomi­nato.
Confesso che a me, eletto in altra lista e pertanto fuori della portata del raggio d’azione del maligno, quelle bocche serrate, quei visi stravolti procurarono un intimo diletto. Erano soltanto vittime di una forma acuta di scaramanzia.
Perciò, stuzzicai Ginesio a rivelare l’abietto nome: “Ma quello chi?”
“Chi! Chi! E non si capisce chi può essere. Sulu iddru nn’è capaci… quel iettatore di Binidittu.”
Sbottò Ginesio con due occhi di fuoco straripanti dalle orbite.

3…  Benedetto Casello, era questo il nome del seminatore di morte e di sciagure. Per tre volte primo dei non eletti, era subentrato alla Ca­mera a seguito del decesso di un deputato in carica.
Sulla sua strada erano caduti due notabili di rango ministeriale, mentre nella precedente legislatura se n’era andato, a meno di due mesi dall’insediamento, l’on. Colavolpe, in odor di mafia e ras della Dc nissena.
Ricordo il suo rientro. Ai primi di settembre, Benedetto lasciò la fossa dei non-eletti, comprò un abito nuovo e si presentò a Montecitorio col suo portamento falsa­mente dimesso e il sorriso malfermo stampato sul volto abbronzato, da sanguigno prevosto di campagna.
Richiesto di un commento diede una risposta raggelante: “U Signori u vonsi e su chiamà…a me ha concesso il tempo di godermi, in santa pace, le vacanze estive.”
Nella casella trovò un telegramma a firma dell’on. Della Loggia, de­cano dei parlamentari dc siciliani, che ringraziava il neo-arrivato per “la scelta oculata”.
Nonostante le tre legislature, la posizione politica di Benedetto restava sempre precaria e incerta la sua futura elezione. Nella campagna eletto­rale nessuno dei suoi colleghi di lista (sbagliando) desiderava appaiarsi con lui. Correva da solo, con l’appoggio di alcuni settori di un sinda­cato cattolico.
Qualsiasi combinazione gli era preclusa: non entrava in alcuna qua­terna, terna e, meno ancora, in ambi. Non stiamo parlando del gioco del lotto, ma di metodi efficacissimi per la ricerca delle preferenze. Solo e segnato col marchio di iettatore, non venne mai eletto in prima battuta.
L’ultima volta la sua stella si era ancor più oscurata; era precipitato al quarto posto della graduatoria dei non eletti. Per rientrare occorrevano ben quattro decessi. Una vera ecatombe!
Con tale pedigrée, era inevitabile che il suon nome divenisse sinonimo di seminatore di morte e di sciagure. Come uno spirito funesto che si placava soltanto dopo la riconquista di uno scanno a Montecitorio.
Effettivamente, nelle legislature considerate, dopo il suo rientro non era morto nessuno degli eletti della circoscrizione.

4…  “Dietro ogni disgrazia c’è lui, ne sono sicuro.”, riprese Ginesio che pareva essersi affrancato dal terrore.
“Per l’amor di Dio, lasciatelo in pace, non lo nominate”, suggerì l’on. Giacomino Arnone, andreottiano, il quale, essendo comprovinciale di Benedetto, più di altri temeva per se stesso.
Ginesio non lo stette a sentire. Era già passato sotto gli influssi male­fici di Benedetto che una brutta “botta” gliela aveva già inviato. Se l’era cavata per miracolo della Madonna delle Catene, protettrice di Porto Empedocle, suo paese natale, della quale era fervente devoto.
“Se sono ancora vivo lo debbo a questa santa Vergine che porto sem­pre con me.” Estrasse dal taschino la piccola immagine e la baciò.
Che cosa era successo?
Mesi prima, durante un dibattito in Aula, Ginesio stramazzò a terra colpito da un infarto violento, improvviso del quale non aveva mai av­vertito alcun segnale premonitore.
L’on. Lello Ruino, il quale essendo medico fu il primo a soccorrerlo nell’Aula, ci raccontò che mentre gli infermieri lo trasportavano in ba­rella, Ginesio, ancora in stato d’incoscienza, ebbe la forza di escla­mare: “Quel disonorato di Binidittu fu. L’ho visto stamattina e mi ha fatto un sorrisetto perfido…”
A dispetto della triste nomea, Benedetto sembrava, almeno così si at­teggiava, una persona mite, pia, scherzosa, paziente e talvolta perfino banale.
Parlava sempre di amicizia e di pace, di Dio e della famiglia che erano i capisaldi della sua concezione morale e politica.
A volte incrociava le braccia al petto, chiudeva le mani in segno di preghiera, come un monsignore durante l’omelia.

5…  Di bassa statura, il suo aspetto attempato non incuteva paura, anzi rassicurava, ispirava fiducia. Non c’è che dire: un simulatore per­fetto.
Tuttavia, quelle morti pesavano e contribuivano a consolidare la sua fama di iettatore cinico, vendicativo, inesorabile. Tanto più che dalla sua aveva anche la fortuna.
Era uno dei pochissimi deputati che viaggiava in treno. Non si capì mai se per prudenza o per spilorceria. Anni prima, il treno sul quale viag­giava alla volta di Roma, giunto nelle Calabrie deragliò. La gran parte dei vagoni finì in un burrone, provocando alcuni morti e tanti feriti. Soltanto gli ultimi tre vagoni non precipitarono. Benedetto si trovava su quello rimasto in bilico, sull’orlo del burrone.
L’episodio fu rubricato come ulteriore prova della sua buona stella.
Quando, raramente, prenotava un posto in aereo, i suoi colleghi face­vano carte false pur di viaggiare sullo stesso volo.
Con lui a bordo non c’era migliore assicurazione.
Ricordo che una sera, non potendo prendere un aereo di linea a causa di uno sciopero dei controllori di volo, il governo apprestò alcuni aerei militari per consentire il rientro a casa dei parlamentari.
Le condizioni meteo erano piuttosto cattive. Molti erano incerti se par­tire o restare a Roma in attesa che terminasse l’agitazione sindacale.
“E poi - disse qualcuno - con questi aerei militari che cadono…”
Meglio aspettare, restare a Roma.
Benedetto, che non aveva di questi timori, fu uno dei primi a iscriversi nella lista di prenotazione. La notizia si sparse in un baleno. Come d’incanto, tutti vinsero la paura e andarono a iscriversi sul foglio dove si era prenotato Casello, per il volo che avrebbe trasportato i parla­mentari della Calabria e della Sicilia.
Effettivamente, il volo fu tormentato dal vento e dalla pioggia. Fulmini contorti illuminavano la notte, ma i viaggiatori apparivano tranquilli. Benedetto si stava facendo un tresette con i colleghi.
Mentre all’esterno imperversava la tempesta, all'interno del DC 9 militare c’era aria di festa.
Evidentemente, si riteneva di essere al riparo da ogni pericolo grazie alla quieta potenza di Benedetto che giocava a carte. Si scherzava, si rideva. Sembravamo un'allegra comitiva che partiva per una gita, per una spensierata vacanza.


6…  Il suo cruccio era di non riuscire eletto in prima battuta. Non essendo un notabile di rilievo, preferiva coltivare il suo elettorato in provincia di Caltanissetta con il soccorso di santa Madre chiesa e sfruttando i canali di un patronato sindacale di cui era dirigente.
Nelle campagne elettorali correva da solo. Gli altri candidati papabili si rifiutavano di averlo insieme nelle combinazioni delle preferenze.
L’on. Casello confidava soltanto sulle proprie forze, ma non riusciva a spuntarla contro le poderose (e ricche) macchine elettorali dei notabili concorrenti, dietro ai quali vi erano grandi correnti di “pensiero” ossia pacchetti rigonfi di preferenze raccattate per mezzo di “amicizie” più che chiacchierate e di stuoli di dirigenti di enti e uffici governativi.
Delle vere e proprie potenze elettorali con le quali egli non poteva competere. Usciva dal confronto sempre schiacciato, umiliato. Al mas­simo, riusciva a piazzarsi come primo dei non-eletti della lista. E da questa posizione iniziava la sua tenace, sorda battaglia per riemergere dal fango e conquistarsi un posto dignitoso a Montecitorio.
“Pazienza. Dove l’uomo non arriva, Dio provvede!”, questo soleva ri­petere ai suoi interlocutori che lo andavano a consolare dopo il risul­tato elettorale.
Con l’aiuto di Dio, Benedetto fece fuori nell’ordine: l’on. Festivo, po­tente ministro e capo corrente siciliano; l’on. Cattarella, altro grosso esponente del sistema di potere isolano e l’on. Colavolpe padrone e despota della Dc nissena.
Tre pezzi da novanta, morti improvvisamente. Il terzo, addirittura, un mese dopo la rielezione.

7…  Un giorno, in una saletta attigua al corridoio dei “passi per­duti”, mi appartai con Giacomino, deputato della corrente di Salvo Lina e unico rappresentante in parlamento della Dc nissena.
Egli sapeva, e vedeva, che ero uno dei pochi che parlavano con Bene­detto e pertanto voleva capire cosa frullasse nella sua mente traviata.
Era letteralmente terrorizzato. Temeva che “iddru” potesse essersi convinto che lui (Giacomino) gli avesse soffiato il posto di deputato della provincia. Il nome non lo pronunciò mai. Benedetto era “iddru” e tanto basta.
Voleva sapere da me se, per caso, “iddru” mi avesse confidato un pen­siero, un sospetto, un’inezia qualsiasi che lo riguardassero. Il poveretto desiderava accertarsi se quel iettatore, in qualche modo, ce l’avesse con lui.
Per tranquillizzarlo, ma non del tutto, gli raccontai di una lunga chiac­chierata che ebbi con Casello all’inizio della legislatura.
Lo incontrai nella sala stampa e gli dissi: “Binidì, temo che stavolta sarà difficile rivederti in Aula.”
Senza scomporsi e con dire serafico, come se volesse misurare le pa­role a una a una, così parlò:
“Vedi mio caro (il “mio caro” non mancava mai nel suo approccio), effettivamente non è facile, davanti ne ho quattro. Non era mai suc­cesso! Tuttavia, non dispero. Con la grazia di Dio, nostro signore On­nipotente, (volse gli occhi al tetto) e se la legislatura dura cinque anni come previsto, potrei anche farcela… Perché come recita il santo Van­gelo: Benedetto è colui che viene nel nome del Signore.”
“Minchia! Così ti disse?” - m’interruppe, sconvolto, Giacomino.
“Benedetto è colui che viene nel nome del Signore…” ripeté.
“Nel nome del Signore…”
Ebbe uno scatto d’ira: “Ma che minchia viene a fare qui ogni quindici giorni stu disgraziatu! Ci vuole spaventare, terrorizzare, farci morire prima del tempo. Ma perché non si resta a casa a godersi la pensione? Assassino…”
“Lui sostiene - ripresi io - che viene a vedere come stanno gli amici in salute…”
Un altro colpo di minchia di Giacomino rimbombò nella saletta. Si portò entrambi le mani ai genitali. Li afferrò stretti e non li volle mol­lare per più attimi. Li strinse a lungo. Per il tempo da lui ritenuto con­gruo per neutralizzare la micidiale scarica di fluido letale che il suo av­versario avrebbe potuto inviargli.

8…  D’altronde, il terrore, gli espedienti scaramantici erano comprensibili, giustificati.
Si era al quarto anno della legislatura ed erano già morti tre importanti notabili democristiani che ostacolavano la sua faticosa risalita: Vito Zicari, primo dei non eletti, ucciso nella sua Castelve­trano; poi era deceduto Giovanni Toia (altro pezzo da novanta) e ora Giovanni Fatta. Bastava un altro decesso e Benedetto sarebbe rientrato. Le condizioni di salute di alcuni superstiti di questa ecatombe lasciavano intravedere qualche spe­ranza. Anche a breve.
Tentai di volgere il discorso in tono scherzoso, ma non ci fu nulla da fare. Arnone aveva perso le staffe e si lasciò andare a una sfuriata nei confronti dell’ignaro Benedetto il quale, a suo dire, era “un cornuto, un uomo inutile che campa sulle sventure degli altri ca lu pani si l’hannu affannatu.”
Per tranquillizzare un poco Giacomino, gli riferii una frottola passabile ossia che Benedetto aveva messo gli occhi sopra due colleghi alquanto malfermi in salute o avanti negli anni: l’on. Ginesio gravemente infar­tuato e l’on. Della Loggia ottantatreenne.
La notizia un po’ lo rasserenò e lo fece riflettere sulla gravità delle ac­cuse prima lanciate. Forse, temendo che io potessi informarne Casello cambiò di tono. Fra il serio e il faceto, così mi disse: “Agustì, tu che sei amico di entrambi e, soprattutto, sei di un altro partito, diglielo a questo santo uomo che non ho nulla contro di lui, anzi che gli voglio bene come a un vero amico. Digli che sono rimasto tanto dispiaciuto per la sua mancata elezione. E non pensi che il posto glielo abbia sof­fiato io! La gran parte delle mie preferenze le ho raccolto a Girgenti e a Palermo grazie agli amici e a Salvo che per me si è svenato. A Calta­nissetta manco diecimila voti ho preso.
Ti prego, spiegagliele tu queste cose, perché se gliele dico io non sarò creduto. Può darsi che a te creda visto che sei fuori di questa terribile contesa.”
Lo assicurai che avrei riferito alla prima occasione utile.

9…  Puntuale, come la morte che portava in serbo, due settimane dopo, Benedetto si presentò a Montecitorio. Prendemmo un caffè alla buvette, sotto gli occhi di tanti colleghi, preoccupati e/o divertiti, e gli riferii le parole di stima e di amicizia profferite da Giacomino.
“Ora ci pensa il signorino! Quannu lu dannu è fattu. Troppo tardi. Mi hanno voluto umiliare. Sono stato il quarto dei non-eletti. Capisci? Il quarto! Una cosa inaudita, mortificante per un deputato uscente. No, no troppo comodo. Ormai, il “meccanismo” è in moto e nessuno può fermarlo. Nessuno. Nemmeno io. Unni arriva arriva.”
Gli chiesi cosa pensasse dell’improvvisa scomparsa dell’on. Fatta.
“Eh, caro mio cosa possiamo fare noi. U Signuri u vonsi e su chiamà. Questa é la prova che Dio esiste, vede, giudica e agisce. Glielo ripeto ai miei colleghi di par­tito. Ma loro non sono cristiani, sono miscredenti.”
Tenni per me la crudele risposta di Benedetto. Non informai Giaco­mino che sicuramente sarebbe precipitato nel più grave sconforto.
“Ah! Se avessimo dato ascolto a Semilia! A quest’ora non saremmo in queste ambasce”, ripeteva Arnone, di tanto in tanto.
L’on. Semilia, detto Lillo, deputato della medesima circoscrizione, a inizio della campagna elettorale, aveva proposto un “consorzio” fra deputati uscenti per impegnare duemila preferenze a testa da riversare a favore di Casello, per farlo risultare eletto in prima battuta.
In sostanza, con tale espediente, Semilia voleva prevenire la nefasta azione di chi per tre volte era risultato primo dei non eletti, con le ben note conseguenze sull’intera rappresentanza parlamentare della Sicilia occidentale.
Stranamente, alcuna morte si registrò fra gli eletti della Sicilia orien­tale. A Oriente, avevano tutti una salute di ferro oppure - come molti malignavano- non avevano un Benedetto alle calcagna.
La saggia proposta cadde nel vuoto. Nessuno si dichiarò contrario e nemmeno favorevole. Fu semplicemente ignorata. E ora Bene­detto, dal fondo della classifica, stava facendo una strage per recupe­rare la sua poltrona a Montecitorio.
Per la storia. La legislatura durò quattro anni, a causa dello sciogli­mento anticipato del parlamento.
Casello, quarto dei primi dei non-eletti, non ce la fece a rientrare per un pelo. Di conseguenza, non fu ricandidato nelle successive elezioni anticipate.
Nel mese di ottobre di quell’anno (1983), ossia quattro mesi dopo le nuove elezioni “politiche”, morì inaspettatamente l’on. Luigi Figlia, deputato dc da cinque legislature.
Non si seppe la causa specifica della sua morte inattesa. Si pensò a quella dura dieta che stava facendo, in una clinica svizzera, a base di te e di mele verdi. Una volta glielo dissi: “E per fare questa dieta che bi­sogno c’è di andare in Svizzera?”.
L’on. Figlia si mostrò soddisfatto dei risultati e proseguì la dieta.
Le solite malelingue sentenziarono che quella morte era dovuta all’effetto programmato, sulla lunghezza dei cinque anni, del meccanismo stritolatore attivato da Benedetto che nemmeno lo scioglimento anticipato delle Camere era riuscito a interrompere, a fermare.
Insomma, se la legislatura fosse durata cinque anni, l’on. Casello sarebbe rientrato in Parlamento.

(Pubblicato, in formato ridotto e con altro titolo, in “La Repubblica” del 24/5/2001)

P.S.
L’ultima sfida “mortale”- è il caso di dire- fra Benedetto e Giacomino si consumò sul finire delle loro esistenze, a Caltanissetta. Entrambi desideravano “accompagnare” il rivale all’ultima dimora. Vinse la sfida Giacomino, per tre mesi.

(*) inserito in: https://it.eurobuch.ch/libro/isbn/9788892326071.html

martedì 20 marzo 2018

QUANTA FRETTA DI UCCIDERE GHEDDAFI INVECE DI PROCESSARLO!

https://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891077394




(da Quotidiano. net, 20/3/2018)

Sarkozy arrestato, l'ex presidente sotto interrogatorio

Le Monde: è in stato di fermo per l'indagine sui presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del 2007. "Gheddafi gli fece avere 5 milioni in contanti"

lunedì 5 marzo 2018

Occidente/Oriente LA FRATTURA. Nuovo libro di Agostino Spataro


Bozza copertina del libro (pag. 400, in corso di stampa)



(Dedicato ad Aldo Moro e ad Enrico Berlinguer)



INDICE

PRIMA PARTE

Introduzione                                                                                                                  pag. 1
La frattura, le fratture- L’Europa senza progetto- Scenari della crisi del mondo.

Capitolo Primo                                                                              
Stanno distruggendo lo Yemen, museo del mondo- Mal d'Arabia... -Oriente/Occidente: la grande incomprensione. La “Tabella” ossia le vere ragioni della guerra infinita in M. O.- Medio Oriente: della guerra e d’altri de­litti- Italian MP acknowledges Malik Obama scandal- Viaggio nel Paese di Magan- Minareti e crocifissi, una pericolosa mistificazione- Saddam Hussein e l’Italia- Strage di Bologna: ecco cosa ci disse Abu Ayad a Beirut - Riflessioni sopra un tappeto afghano-  Su Wikileaks una email al ministro siriano…- Mondo arabo- Democrazia per tutti: paesi poveri e ricchi- Un viaggio a Baghdad al tempo di Saddam- La grande moschea di Roma- Il Cairo non è Berlino.

Capitolo Secondo
Israeliani e palestinesi: il conflitto infinito- Gli israeliani fanno saltare la “nave del ritorno” dei palestinesi- Yasser Arafat, ricordo di un Giusto- La so­litudine d’Israele- L’Italia riconosca lo Stato palestinese- Gerusalemme: fra santità e conflitto- A proposito di Gerusalemme capitale- Dell’intolleranza ebraica: il caso Moni Ovadia.

Capitolo Terzo
I Russi sbarcano nel Mediterraneo- Importare il “terzo mondo” nel “primo”- A proposito di genocidio degli armeni e di “pericolo turco”- Il razzismo degli incoscienti- Libia, bel suol…d’affari: dalla Libia che c’era alla Libia che non c’è- Libia, rapporti di alleanza non di sudditanza- Contro i bombardamenti in Libia- Siria, no a tutte le ingerenze- L’angoscia di chi cerca l’errore e non lo trova- Muri per impedire l’entrata o l’uscita?;

Capitolo Quarto                                                                            
L’invenzione del terrorismo- Terrorismo e corsa al riarmo- Terrorismo e resi­stenza - Decennale 9/11: processo o vendetta di Stato?- ISIS: il nuovo califfato è la soluzione islamista?- L’assassinio dell’ambasciatore: morte dell’imam sciita c’è un precedente che sfiorò l’Italia- L’operazione “Albolcan”: l’Italia, Roma al centro del ciclone terroristico- Il kalashinikov è di sinistra?

Capitolo Quinto
Quando l’Italia aveva una politica estera- Aldo Moro, il vero artefice della svolta governativa verso il mondo arabo- La supercorrente “filo araba” della Democrazia Cristiana- Quando Bani Sadr non giunse in Italia- An­cora sull’incontro con (l’ex) presidente iraniano- Immigrazione, la moderna schiavitù- Italia in svendita: la borghesia “vendedora”- La Sicilia al tempo della globalizza­zione- L’Isola e le rivolte nel mondo arabo- La Libia è vicina, pericolosamente vicina alla Sicilia- Basta con le furbizie, ser­vono dialogo e cooperazione.

Capitolo Sesto
Crisi europea, finirà come in Argentina?- Euro-Russia: unire Europa e Russia- Il separatismo egoista- Fermare la pericolosa deriva della Unione Europea- L’uovo del serpente- Europa: quando la destra governa mediante la sinistra- Per bloccare gli indipendentismi: l’Europa dei popoli e non delle multinazio­nali.

Capitolo Settimo                                                                            
Parte da Budapest la nuova “via della seta”- “Terror Haza” una sorprendente verità- Islam più coraggio nella reciprocità:l’esempio di Pecs in Ungheria- Llegar de migrantes o con traficantes o es legalidad- Budapest, una partenza negata- Nella stazione Keleti in attesa del treno per Berlino- Budapest, l’amore e il suo fiume inquieto.

Capitolo Ottavo                                                                             
America latina: la via giudiziaria al neoliberismo?- Benvenuto presidente Mujica- Nemo propheta in patria, nemmeno Che Guevara- USA, le guerre non vinte - Gli USA non sono l’America, ma solo una parte di essa- Gli argentini ebrei: non ci identifichiamo con il colonialismo d’Israele- Cile, nelle viscere di “El Teniente”, la miniera di rame più grande del mondo- Caccia all’indio- Omaggio a Jorge Luis Borges e alle sue due Palermo- Argentina: esiste una “sinistra canaglia” ?

  

SECONDA PARTE

Relazioni a Conferenze                                                                 

- “Escenarios actuales de los gobiernos progresistas en America Latina. Fin de ciclo?”
Coloquio internacional, Puebla (Messico), 7-8 nov. 2016.

- “Il Mediterraneo e l’Europa orientale”
Seminario Università Szeged (Ungheria), 24 nov. 2000.

- “Il processo di mondializzazione dell’economia”
Conferenza CIES, Caltanissetta, 18/12/1996.

- “Arabi ed europei verso una comunità mediterranea”
Università euro-araba, 8/a Sessione, Gardaia (Algeria) 2-10 maggio 1992.

- “L’alleanza per il progresso del Mediterraneo”
13th Meeting of the new european left forum” , Atene, 21-23 novembre, 1997.


Documentazione    
                                                            .
- La questione Palestinese e l’Italia

- Immigrazione: accoglienza nella legalità

 - Comiso, una battaglia vinta.





  

In copertina: marines Usa all’assalto della Ziqqurat di Ur durante l’aggressione all’Iraq. Il monumento, uno fra i più importanti della civiltà dei Sumeri innalzato intorno al 2000 a.C, era consacrato al Dio Luna e simboleggiava l’unione cosmica tra Terra e Cielo, tra uomini e dei. (Foto da Google.)



Introduzione

La frattura, le fratture

1...           Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo ordine internazionale.
Ovviamente, muovendo dal punto di vista di una sinistra dispersa ma diffusa la quale, nonostante il crollo del 1989, cerca la via per continuare la sua missione storica e politica, a difesa della pace, dei diritti delle classi lavoratrici e, in generale, dei popoli che più subiscono le conseguenze delle poli-tiche del neoliberismo dominante. Un compito arduo che implica una diversa lettura della crisi del mondo e, in primo luogo, il superamento dell’equivoco di scambiare l’attuale globalizzazione neo liberista per quella, di là da venire, propugnata dalle teorie socialiste d’ispirazione marxista.
Oggi, l’umanità è in preda a una contraddizione insanabile. In primo luogo a causa della crescita tumultuosa, e sottovalutata, della popolazione mondiale (più che triplicata nell’arco di 70 anni) e allo scandaloso accentramento della risorse e della ricchezza nelle mani di ristretti gruppi di potere economico e finanziario.
C’è grande incertezza per il futuro dello stesso Pianeta. Si rendono obbligatorie politiche di salva-guardia del "capitale" naturale per salvare la Terra e di equa dis­tribuzione delle risorse per far fronte alla crescita incontrollata della popolazione mondiale passata dai 2,3 mi­liardi (mdl) di persone del 1950 agli attuali 7,2 mld, che saranno 10.5 mld nel 2050.
Le conseguenze sono, saranno terribili come, cinicamente, previsto dal filosofo inglese Bernard Russel: "Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l'altro ricco con una popo-lazione stazionaria.Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale. Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali ... Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione ... ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potrebbero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?" (B. Russell- “Impact of Science on Society”, 1951)
Purtroppo, il Pianeta sembra avviato verso tale, terrificante prospettiva: aumentano l’inquinamento dei mari, del cielo e della Terra, la produzione e la diffusione di armi di distruzione di massa (specie chimiche e batteriologiche) e l'accentramento della ricchezza e l‘appropriazione delle risorse strate-giche. 
E' in atto un attacco durissimo allo stato sociale, ai bilanci della sanità, della scuola pubblica, delle pensioni e alle politiche di assistenza in genere.
Invece d'includere si escludono masse crescenti d’inoccupati, di neo-poveri, d’indigenti…carne da macello destinata all’emigrazione.

2…         Tutto ciò è assurdo. Non si sa che cosa pensare. Come se al vertice del potere mondiale si fosse insediata una perfida genìa, una sorta di “governo profondo” detentore di un potere immenso (finanziario, commerciale, tecnologico, mediatico, politico), ai più incognito ed esercitato al di fuori di ogni controllo democratico, che agisce in nome del neoliberismo trionfante.
In realtà, si tratta di una degenerazione evidente del capitalismo produttore, di un’oligarchia che vuole irreggimentare l’umanità dopo averla deprivata dei suoi beni e diritti. 
Per realizzare tali obiettivi ricorre alla guerra, al terrorismo, alla divisione fra i popoli, delle società nazionali; ripudia la pace e la solidarietà fra gli uomini e l’armonia fra essi e la Natura.
Vivere, sopravvivere sono divenuti fattori negativi. 
Le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale), le agenzie di rating, ispiratrici di tali politiche, hanno indicato, a chiare lettere, l'innalzamento della vita media delle persone fra le cause della crisi attuale.
Per lor signori oggi si vive troppo a lungo. An­che il diritto alla vita umana si assottiglia. L'aumento delle speranze di vita non è salutato come un progresso sociale, ma visto come una grave remora per lo sviluppo.
Sviluppo? Semmai crescita continua, senza limiti, volumetrica e senza qualità, imposta dalle multi-nazionali che stanno impoverendo le masse popolari e avvelenando la Terra, gli oceani, la biosfera.
Questo non è sviluppo, ma solo disumano cinismo di “grandi vecchi” asserragliati al comando della finanza e dell’economia che genera odio e nuove fratture. Che altro dire?
Quando si auspica la morte delle persone (domani si potrà anche procurare come sostiene Russell) per "recuperare" quote di spesa sociale da destinare all’accumulazione e alla speculazione private, vuol dire porsi al di fuori di qualsiasi concezione economica razionale, anche moderata e classista, per en­trare in una visione “liberal - nazista” del governo delle società.

3...         Accumulare per che cosa? Per produrre, e consumare, beni di lusso e nuovi, terrifi­canti sistemi d’arma, per alimentare vecchi conflitti e scatenarne di nuovi, per impinguare il lucroso mercato delle loro armi?
L’'unico che non cono­sce crisi. Insieme a quello delle droghe. Armi e droghe: il binomio “vincente”.
I sedicenti  “potenti della Terra” hanno bisogno della guerra come dell’aria per respi­rare!
Tali politiche hanno creato la più grande frattura sociale e morale, una disarticolazione degli equilibri sociali e rafforzato i nuovi  assetti dei poteri globali che dominano il mondo.
Altre fratture, di varia natura e portata, sono in atto in altre parti del pianeta (anche all’interno dei paesi più ricchi) fra l’Occidente, oggi unificato sotto le insegne di un neo-liberismo aggressivo e impenitente, e talune grandi aree geo-politiche povere e/o in via di sviluppo del Sud e dell’Oriente.
Particolarmente preoccupante appare quella provocata nell’area mediorientale e del Mediterraneo,  dove convergono le propaggini di tre continenti (Africa, Asia ed Europa) che hanno dato vita a culture diverse e feconde, a storie e a civiltà grandiose.
Vale la pena concentrare l’attenzione su tale frattura perché è la più grave e, a noi, più vicina.
Le guerre non hanno risolto i problemi preesistenti, anzi, li hanno aggravati.
Con esiti disastrosi per la stabilità degli Stati e per le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni civili, vittime di eccidi e di malattie, e pertanto indotte alla fuga, all’esodo di centinaia di milioni tra  profughi e migranti.
Di questo passo, l’umanità sarà trascinata in un vicolo cieco. Bisogna cambiare l’approccio ai problemi di quest’area fondamentale del mondo, dove, per altro, sono “immerse” l’Italia e gran parte dell’Europa; lavorare per una nuova prospettiva politica. Si può fare. 
A condizione di liberare il campo da ogni ingerenza esterna e di riavviare il dialogo fra i popoli e gli Stati della regione. Arabi, europei, africani insieme per risolvere la “questione”, all’insegna della interdipendenza economica, non autarchica, mediante un fecondo dialogo di pace mirato a favorire il progresso laico e democratico. 
Nel Mediterraneo e nel Medio Oriente si dovrà passare dal conflitto alla cooperazione,  reciproca-mente vantaggiosa, per creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale.
Questa è la sfida del secolo, il punto politico dirimente, purtroppo osteggiato dalle vecchie e dalle nuove superpotenze!

L’Europa senza progetto.

1...              Dopo l’implosione del sistema statalista sovietico, i vincitori neo-liberisti promisero al mondo più benessere, più libertà, più giusti­zia, più democrazia, una più equa ripartizione delle risorse e dei beni, della ricchezza prodotta sul Pianeta.
Il " nuovo ordine internazionale" avrebbe assicurato pace e prosperità, lavoro e di­ritti a tutti gli abitanti della Terra.
La “globa­lizzazione” dell’economia e dei mercati avrebbe garantito il supera­mento delle vecchie “fratture” derivate dalla “guerra fredda”, degli squilibri sociali e territoriali.
Davvero un bel programma che, però, non ha retto alla prova dei fatti.  Anzi, si è dimostrato ingan-nevole. Nell’ultimo trentennio, infatti, si sono acuite le contraddizioni e alle fratture preesistenti se  ne sono aggiunte di nuove, più pericolose e laceranti.
E’ tornata la “guerra fredda” fra le potenze della Nato e la Russia, mentre il pianeta sembra essere entrato in un vortice di guerre e violenze, d'inquinamenti, di fame e malattie, di diritti negati e/o conculcati e di … arricchimenti scandalosi.
Come rivela un rapporto Oxfam: “ 8 uomini possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di 3,6 miliardi di persone. Dal 2015, l’1 per cento della popolazione possiede la maggior parte della ricchezza mondiale.
Al momento otto uomini possiedono il corrispettivo della ricchezza del 50 per cento della popola-zione mondiale…”
Una disuguaglianza smisurata, offensiva della dignità umana e della convivenza pacifica. Una frattura incolmabile da… non far sapere in giro.
Sarà un caso, ma un mese dopo la pubblicazione del rapporto del gennaio 2018, la Oxfam è “caduta” su uno scandalo sessuale e rischia di scomparire per sempre. Con i suoi dissacranti rap­porti annuali.

2...           Fra Occidente e Oriente la frattura più profonda e destabilizzante, anche perché presenta risvolti d'ordi­ne culturale e morale, è quella in atto nella cosiddetta “regione Mena” che include l’area del Mediterraneo e del Medio Oriente.                    
Alle antiche incomprensioni, agli odi razziali si sono aggiunte le false rappresentazioni dell’altro, le guerre “umanitarie” e religiose, i terrori­smi, le “primavere” etero dirette, i flussi migratori incon-trollati. Una situazione esplosiva che rende insanabile la rottura.
“Mena” è la nuova strategia Usa per il Mediterraneo e il Medio Oriente che, con l’ausilio di alcuni paesi europei, in primo luogo con la Francia di Sarkozy, ha bloccato sul nascere un processo ben strutturato, avviato con gli accordi intergovernativi di Barcellona (1995), sul partenariato euro-arabo-mediterraneo finalizzato al consolidamento della pace nella regione e nelle zone contigue, alla cooperazione economica, tecnica e politica fra gli Stati e le diverse entità sovranazionali.
D’altra parte, tale strategia s’inserisce nella dottrina elaborata (nel secondo dopoguerra) da alcune personalità Usa, titolate e premiate, fra cui Brezinski e Kissinger, che hanno caratterizzato (anche a livello di governo) la politica estera degli Usa. 
In un articolo di Strausz-Hupe (“L’equilibrio del domani”, in quaderno trimestrale Orbis nel 1955) si giunge a definire il periodo tra il 1955 ed il 2005 come l’epoca “dell’impero universale americano”. La missione del popolo americano “è sotterrare gli stati nazionali, coinvolgere le loro popolazioni in strutture più ampie, e con la sua forza incutere timore agli eventuali sabotatori del nuovo ordine sottomettendoli… Per i prossimi cinquant’anni circa, il futuro appartiene all’America…”
Se ci guardiamo intorno scopriremo che, grosso modo, questo sta avvenendo o é già avvenuto. L’unico fattore di novità, di un certo peso, è dato dal crescente ruolo, economico e commerciale, della Cina comunista (ma fino a quando?) la quale non bada a spese per ritagliarsi uno suo “spazio vitale” nello scenario mondiale, talvolta in concorrenza con gli interessi della superpotenza nordamericana. 
Ovviamente, si sa che nell'area mediorientale operano la Russia di Putin, che ha interessi diretti in Siria e accordi di cooperazione con l'Iran, e la Turchia "islamista" di Erdogan che, oltre a contrastare le aspirazioni delle minoranze curde, tende a svolgere un ruolo (autonomo?) di potenza regionale. 
Tuttavia, nel Medio Oriente sono gli Usa a esercitare un’influenza decisiva, mediante interventi, massicci e diretti, che hanno, di fatto, degradato il ruolo dell’Unione Europea nell'area: da prima potenza economica e commerciale a comprimario subalterno.
Il Dialogo euro-arabo è stato cancellato dall’agenda internazionale. 
Al suo posto c’è “Mena” che tende ad affermarsi in un contesto di guerra, di terrorismi e di spoliazioni delle risorse naturali e fi­nanziarie, ecc. L'immane tragedia della Siria é davvero emblematica.
Tutti fattori che hanno trasformato il Mediterraneo e il Medio Oriente in aree ad alta densità di conflitti. La differenza fra i due progetti sta nelle divaricanti finalità e nei mezzi per conseguirla. “Mena” è un progetto neo-colonialista, espansionista perfino, mentre il partenariato euro-mediterraneo puntava sulla pace e sullo scambio reciprocamente vantaggioso, sul progresso condiviso e sul rispetto dei diritti umani.
Vedi (https://www.agoravox.it/Siria-perche-Il-cerchio-mena.html)
Dopo l’11 settembre gli Usa, con il sostegno di varie coali­zioni di paesi Nato, hanno iniziato a destabilizzare il Medio Oriente, estromettendo, sul piano geo-strategico, il ruolo specifico dell’Unione Euro­pea più indicato per giungere a una pace giusta e duratura.
In meno di un ventennio (2001-18), sono stati azzerati trent’anni di politiche comunitarie e, fatto ancor più grave, la prospet­tiva di Barcellona che puntava a coinvolgere i Paesi rivieraschi attorno a una piattaforma condivisa.
L’Unione Europea, così malridotta anche per responsabilità della sua eurocrazia, non ha più un progetto credibile per quest'area vitale del mondo. La sua unione (incompiuta) é sottoposta a un poderoso attacco politico, economico, istituzionale e territoriale (Brexit, movimenti secessionisti, populisti, ecc,) che mira a debilitarla, a restringerla, per indurla ad allinearsi e a rinunciare alla sua aspirazione di terzo polo del nuovo ordine in­ternazionale. 

3...        Attualmente, la linea della “frattura” si snoda dalla martoriata terra di Palestina, attraverso il Libano, la Siria, l’Iraq, fino all’Afghanistan, e obbedisce, anche fisicamente, a uno schema ben definito di carattere politico, economico, militare e perfino religioso (anti-sciita).
Dopo l'Afghanistan, l'Iraq, la Libia, lo Yemen, il Libano, i Territori palestinesi e la Siria, potrebbe essere la volta dell’Iran che, forse, gli strateghi di Washington si riservano per ultimo, pur avendolo collocato in cima della loro “lista nera”, giacché senza il controllo politico e militare del paese degli ayatollah non si potrà far “quadrare” il “cerchio Mena”. 
Per imporre tale strategia sono stati provocati disastrosi eventi bellici che hanno fatto saltare i precari equilibri preesistenti nel M.O. e nel Mediterraneo, generando il caos e/o favorendo terrorismi di varia matrice politica e religiosa. Così operando, sarà più difficile risolvere il conflitto più annoso e dram-matico fra palestinesi e israeliani occupanti. 
Per realizzare questi piani è stata creata una sorprendente triangolazione fra Usa, Israele e Arabia Saudita che l’elezione di Donald Trump ha pericolosamente rafforzato e rilanciato.
Stranamente associati, questi tre governi impiegano ingenti risorse militari e finanziarie per “normalizzare” i Paesi recalcitranti e, al contempo, innalzare una sorta di “grande muraglia” per impedire alla Russia lo sbocco verso Sud e alla Cina quello verso ovest. 

Un cruccio antico che si ripropone...  (a.s.)