sabato 9 settembre 2017

IL RITORNO DEL PADRE *




(Pietro Spataro rientrato dal lager tedesco. Agosto 1945).






1...              La guerra era finita da un pezzo. In tutto il mondo si festeg­giava la vittoria sul nazifascismo, sul male assoluto. Anche nei Paesi che avevano attizzato la guerra. Buona parte dei sopravvissuti erano tornati a casa o erano sulla via del ritorno. Cominciava ad arrivare an­che qualche morto. L’atmosfera che si respirava era di gioia per la fine di un incubo durato quasi sei anni. Il fine-guerra cancellava le ferite e le colpe. La gente aveva voglia di vita, di cambiare pagina.

Soltanto una particolare categoria di belligeranti tardava ad arrivare. Erano i cosiddetti “sbandati” i quali, a decine, a centinaia di migliaia, si aggiravano fra le rovine dell’Europa e per i deserti d’Africa. 

Sbandati? No. Non erano sbandati ma uomini coraggiosi che, dopo l’otto settembre del 1943, rifiutarono di combattere per i nazifascisti e furono deportati nei lager nazisti; altri raggiunsero le montagne.

Una scelta difficile che andava oltre la fedeltà del giuramento al re, il quale, per altro, era scappato verso il sud, a cercare la (sua) salvezza.
Insieme, questi soldati italiani (circa 600 mila) diedero a tutti il segnale della Resistenza, soffrendo e/o immolandosi per la libertà e per la dignità del nostro popolo.
In uno scontro durissimo e dagli esiti incerti,  sottrarre 600 mila militari agli eserciti nazifascisti non fu cosa da poco! 
Uomini coraggiosi, veri patrioti che sfidarono l’ira di Hitler e di Mussolini anche dopo aver saputo della terribile rappresaglia di Cefalonia, dove i nazisti uccisero, a sangue freddo, migliaia di militari italiani della divisione “Aqui”.

Gli “sbandati” vagavano da un punto all’altro dell’orribile “teatro” della guerra: dalla Russia alla Germania, dai Balcani alla Francia, dalla Libia all’Egitto, all’Abissinia, ecc.
Lo chiamano “teatro” ma non ci azzecca nulla. Il teatro è finzione, è spettacolo. La guerra è solo morte e distruzione, sangue d’innocenti. È una tragedia vera, la più assurda che può capitare all’umanità. Teatro sarà per chi provoca la guerra e se la gode come una fiction, come una piéce teatrale. Per l’appunto.
Dopo anni di feroce scannamento, seguirono la lugubre prigionia, le umiliazioni, le privazioni, il freddo, la fame nei lager nazisti.
Non furono considerati “prigionieri di guerra” ai sensi delle conven­zioni internazionali ma semplici “internati”, per poterli brutalmente sfruttare nei campi di lavoro nazisti e per non dovere, domani, risarcire i danni provocati dalla prigionia. Ancora oggi, è questa la posizione giuridica della Germania ricca e democratica, per giustificare il suo rifiuto a risarcire il danno tremendo inflitto ai deportati e alle loro fa­miglie..
Dopo la disfatta totale del regime di Hitler, la conquista di Berlino da parte dell’Armata rossa (quello sì fu un vero crollo!), partirono, a piedi o con mezzi di fortuna, senza cibo e ricovero, laceri e disperati, verso casa, verso le mogli abbandonate e i figli che non avevano visto na­scere e crescere.
Eh, la guerra! La guerra la fanno i fessi, diceva Beniamino. Lor signori la programmano, la scatenano e se la guardano in panciolle, lontano dai campi di battaglia e pure ci guadagnano.
Se i capi di Stato, i re, gli imperatori, i dittatori vogliono la guerra che se la facciano fra di loro! Si sfidino, personalmente, a duello all’ultimo sangue: chi muore vince, chi resta vivo perde.
“E saremo noi, i popoli del mondo a goderci lo spettacolo di vedere scannare i potenti fra di loro. Che bello spettacolo! Siatene certi - chio­sava il vecchio anarchico - che se al posto della guerra si facessero si­mili duelli la pace fra gli uomini e le nazioni regnerebbe imperitura.”

2...              Fin dalla seconda metà di maggio 1945, cominciarono ad arri­vare a Realturco i primi reduci provenienti dai diversi fronti. Uomini sopravvissuti alla più grande catastrofe del secolo, che erano stati in­truppati con la promessa di abiette conquiste di (in)civiltà, stavano tornando malconci, denutriti, malati. Alcuni con le ferite ancora fas­ciate.
Comunque, vivi. Scendevano ad Aragona Caldare dalle tradotte che trasportavano zolfo e salgemma a Porto Empedocle. Restava l’ultimo tratto, quattro /cinque chilometri a piedi o a dorso di quadrupedi, e fi­nalmente sarebbero stati a casa, in famiglia, dove li attendevano madri e padri, mogli e figli.
Molti erano rimasti indietro o erano dati per “dispersi”.
Disperso? Anche questa è una parola ambigua. Specie quando da ag­gettivo si trasforma in sostantivo poiché incorpora una condizione ter­ribile per chi lo è, diventa un eufemismo angoscioso per i familiari che aspettano.
Arrivavano con il contagocce. Uno, due il giorno. Certi giorni nessuno.
Sul paese aleggiavano la speranza e un gioioso fervore, ma anche un inconfessato timore.
Sulla rocca, sulle modeste alture del paese si consumava il tempo dell’attesa. Lungo e penoso. C’era sempre qualcuno di vedetta, che scrutava l’orizzonte a Oriente, verso Aragona, Comitini, le Macalube, i pozzi di “cravunaru”, la trazzera contorta di “passu Ragona”.
Vecchi e ragazzi e donne in nero, senza scarpe, cercavano una macchia mobile fra le stoppie gialle dei campi di grano, fra le “maise” di fave, negli anfratti dei calanchi d’argilla, l’ombra cara del figlio, del padre, del fratello che aspettavano.
Ogni tanto un “talé”. Un ombra vaga che presto spariva o si fermava. Sva­niva…
Delusione, un altro boccone amaro da ingoiare. Se, invece, si scorgeva qualcuno o più d’uno, oltrepassare la roba “cravunara” e immettersi nella discesa verso “passu Ragona”, la speranza si riaccendeva. Grida di giubilo salivano al cielo e tutti correvano all’incontro, pur sapendo che solo alcuni avrebbero potuto incontrare l’atteso congiunto.
Dai pozzi della Fontanazza la visione era più chiara. Con un po’ di fortuna, si poteva identificare quell’ombra che saliva dal “guaddruni”.
D’estate, il pianoro della Fontanazza era un luogo ameno: un prato d’erba verde irrigato da rivoletti d’acqua rilasciata dal pozzo in esu­bero. Un luogo sempre animato, frequentato da uomini e donne e be­stie all’abbeverata. Ingentilito dal canto degli uccelli che qui accorre­vano dal vasto territorio alla ricerca di cibo e d’acqua chiara.
Questo piccolo Eden del refrigerio incontravano quegli uomini secchi, sudati, assetati, barbuti, segnati dalla morte da cui erano sfuggiti.
Uomini irriconoscibili, trasfigurati dalla fatica, dalle atrocità della guerra. Occhi che cercavano altri occhi.
Poi un grido: “Papà”, “Figliu beddru di l’arma”.
Erano arrivati solo due “sbandati” per la gioia di due famiglie. Gli altri, delusi, risalivano verso le case. Riprendeva l’attesa. Storie di ogni giorno. Per settimane, per mesi.

3...              Dalla fine della guerra erano passati tre mesi e ancora mio pa­dre non era arrivato. A parte i morti accertati o dati per dispersi in Rus­sia, all’appello mancavano in pochi.
E fra questi pochi mio padre che doveva rientrare dalla prigionia scontata in un lager nazista, in Germania.
Mia madre cominciava a dubitare dell’arrivo del marito. Non si ave­vano notizie. Qualcuno che era tornato dalla Germania diceva di non sapere nulla di mio padre.
“La Germania è ranni ed è tutta distrutta, affamata. C’è il fuggi fuggi generale. Ognunu si arrangia come può. Iu appi la furtuna di truvari na tradotta e sugnu ccà…Ma darré di mia lassavu tanti figli di mamma, tanti patri…Si boli Diu annu arrivari, videmma.”
Mia madre capiva il senso di tali ragionamenti e continuava a sperare. Che altro poteva fare? Doveva sperare soprattutto per quel figlio bam­bino che vedeva arrivare i papà degli altri e mai il suo che, per altro, non conosceva.
Lillo, infatti, era nato nell’ottobre del 1941, pochi mesi prima che papà fosse inviato al fronte d’Albania. Sapeva di avere un padre, senza averlo mai conosciuto per davvero.
Con la guerra, succede anche questo: padre e figlio possono morire senza essersi conosciuti.
Tanti bambini correvano incontro ai loro papà che avrebbero portato le caramelle. Anche dalla guerra non si veniva a “mani vacanti”. Nella visione infantile, la guerra non era vista come un’immane tragedia, ma come una sorta di scazzottata generale, un gioco manesco, una zuffa in cui si vinceva e si perdeva a turno.
D’altra parte, cosa ne potevano sapere della guerra quei bimbi di quat­tro o cinque anni?
Come in una scommessa, puntavano tutto sul proprio papà che era il più forte e non sbagliava mai.
Fra i più grandicelli, c’era qualcuno che aveva visto la guerra arrivare in paese in una calda mattina di luglio del 1943.
Una bella guerra, tutto sommato!
La portarono quei giovanottoni americani, sempre sorridenti e gene­rosi. Ai bambini cioccolatini e caramelle e alle ragazze tanti baci e… languide carezze.
In realtà, a causa di un banale equivoco si corse il rischio di una trage­dia, evitata in extremis. I reparti alleati giunsero alla “Fugureddra” dopo che la forza aerea aveva sbaragliato le sacche di resistenza italo-tedesca nella piana di contrada “Chianti” e nelle colline della “Guar­diola”.
Giunti a “piano corsa” puntarono cannoni e mitraglie contro il paese e intimarono la resa incondizionata.
Ma nessuno rispose all’ultimatum. Non per orgoglio o, peggio, per una proterva volontà di resistenza, ma perché nessuno si rese conto della gravità dell’intimazione.
Una folla festante di donne e di bambini, riuniti sul poggio del “cugnu nutaru”, salutavano l’arrivo dei liberatori, degli “americani”.
Nessuno sapeva che di fronte a un ultimatum bisogna alzare bandiera bianca come segno di accettazione della resa. La mancata esposizione del drappo bianco voleva dire rifiuto, volontà di combattere e quindi...
Le autorità, i piccoli gerarchi fascisti, che per vent’anni avevano fatto il bello e il cattivo tempo, erano scappati o nascosti come sorci nelle pagliere, nelle tante grotte esistenti nel sottosuolo di Realturco.
L’arciprete Ponti, che aveva benedetto Mussolini e la sua sporca guerra, comprese il pericolo e prese ad agitare un lenzuolo bianco fino a quando non si videro gli americani muoversi, tranquilli e sorridenti, verso il paese.

4...              Ma torniamo agli “sbandati” tanto attesi. Una sera d’agosto si sparse la voce che era tornato un altro reduce dalla Germania. Era il signor Domenico Sprio che trascorse la prigionia in un lager tedesco nello stesso blocco dov’era mio padre.
La voce giunse fin sopra il Voltano e mia madre, prese per mano Lillo e corse a casa di zi Minicu. C’era buio e le strade erano trappole per topi. Mia mamma temeva di essere inopportuna, che avrebbe potuto turbare la festa in quella casa. Ma aveva bisogno di sapere qualcosa del marito. Solo il signor Sprio poteva portare notizie di mio padre.
Entrarono e furono bene accolti da quella famiglia che gioiva per il ri­torno del padre. Lillo spiccicò due parole: “U vitti a me patri?”
“Certu ca lu vitti, lu zi zi. Nzemmula amu statu a lu distinu, prigiunera di dra malacarni di tedeschi. I partivu prima. To patri è appressu, sta arrivannu…”
Da sopra il canterano prese una piccola “burnia” piena di caramelle e ne diede alcune al bambino: “Queste te li manda tuo papà ca sta bi­nennu.”
Una pietosa bugia che fece felice il bambino e ridiede speranza alla madre.
Effettivamente, pochi giorni dopo, mio padre arrivò mischiato in un gruppetto di reduci. Alla Fontanazza si creò una gran confusione. Chi correva di qua, chi di là. Ognuno cercava il padre, il fratello, il figlio.
Lillo, che come detto non conosceva il padre, a ognuno che vedeva impolverato, circondato da un nugolo di persone contente, domandava: “Tu chi si me patri?”
Quello non gli dava retta. Correva verso un altro: “Chi si me patri?”
Alla fine si trovarono, si abbracciarono e crebbero insieme per un lungo tratto della loro vita.

5...              Fin qui il racconto di mio fratello Lillo, al quale desidero aggiun­gere un ricordo di mia madre ovviamente raggiante di gioia per il ritorno del marito.
Papà, rifocillatosi alla belle e meglio, si sedette al tavolo con la sua piccola famiglia ritrovata e con i parenti più intimi.
Poi si guardò intorno e si accorse che mancavano i suoi di parenti, del lato Spataro. Non capiva quell’assenza. Forse non erano stati avvisati?
Domandò: “Dov’è me patri? Perché non è venuto?”
“È andato in campagna. Non immaginava che saresti tornato oggi. Sai da quanto che aspettiamo…”, gli rispose mia madre.
“E mia sorella Carmena dov’è? Abita ca vicinu.”
“È rimasta a casa picchi è malata. Po vi viditi.”
“E Mita unné. Mancu iddra vinni.”
“È intra ca bada a lu furnu. Sai u travagliu…”
“E me matri………….”
Nessuno rispose. A questo punto, si rese conto che le risposte non erano veritiere, ma nascondevano una tragica verità. Scoppiò in un pianto dirotto, incontrollabile.
Scoprì che in quegli anni di prigionia era scomparsa metà della sua fa­miglia senza che lui ne sapesse nulla.

6...              Infine, una nota a margine. Come scritto in altra parte, mio pa­dre era un uomo schivo, amante del silenzio. Non parlava nemmeno delle sue disavventure sotto le armi o degli anni dell’emigrazione in Belgio e anche in Germania, dove il bisogno lo riportò agli inizi degli anni ’60. Il “bisogno” certo, ma soprattutto chi questo bisogno aveva creato, provocato ossia la mala politica dei governi verso il Mezzo­giorno e la Sicilia. Lo ributtarono in Germania, in un paese che gli aveva fatto odiare perfino le kartofen, le bucce sporche di patate che i kapò gli gettavano per cena.
Quando iniziai a frequentare l’Argentina gli parlavo di quelle splen­dide città: Buenos Aires, Rosario, Mar del Plata, ecc.
Mio padre non si mostrò molto interessato alle mie descrizioni.
M’interruppe e volle parlarmi di Minucu Sprio, suo compagno di pri­gionia: “Eramu comu frati. Ni sarbamu pirchì n’aiutavamu unu cu l’antru. Comu frati. Ni la nostra cumpagnia eramu trentacincu e ni ri­stamu vivi sulu cincu e fra chissi iu e Minicu. Omu bravu, comu frati ni trattavamo. Si va in Argentina l’ha iri a truvari e ci porti li me saluti. Mi pari ca si trova a Rusariu, unni ci sunnu antri paisani.”
A Rosario tornai e cercai notizie del signor Sprio. Le poche che mi diedero erano ferme a tanti anni prima. Qualcuno mi disse che era morto. Volevo cercare la tomba, per portargli un fiore. Ma in quale ci­mitero di Rosario? Nessuno me lo seppe dire.                                                                                                        

* http://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/i-fiori-tempo-ritrovato/9788892325890

lunedì 4 settembre 2017

IL DIRITTO DI NON - EMIGRARE


Siculiana Marina, 2013. (foto mia)


di Agostino Spataro
Sommario:
Il neoliberismo produce guerre, miserie e…migrazioni; Un sistema esclusivo ossia escludente; I nuovi “filantropi” padroni del mondo; L’emigrazione non è “Camel Adventure”; Il “caos funzionale”: esodo e mercato del lavoro; Italia, un Paese in svendita; L' ordine delle multinazionali; Una globalizzazione della sinistra; C'è bisogno di comunismo. 

1… Il neo liberismo produce guerre, miserie e migrazioni irregolari
Se il mondo fosse più giusto e solidale dovrebbe riconoscere, e attuare, come primo diritto umano quello di non- emigrare ossia non costringere gli uomini e le donne del Pianeta ad abbandonare la propria casa, la propria terra in cerca di un lavoro, di una vita migliore. 
Ovviamente, c’è anche un diritto di emigrare per chi desidera spostarsi liberamente. Ma per scelta non per costrizione. Purtroppo così non è.
La gente continua a emigrare per costrizione, quasi sempre dal Sud verso il Nord.
Così è sempre stato, potrebbe dire qualcuno. Una verità parziale spesso usata come alibi per non affrontare il dramma attuale. Prima di appellarsi ai comportamenti primordiali, questo signor “qualcuno” dovrebbe domandarsi perché, oggi, ci sono tanta miseria, tanti conflitti micidiali che affliggono le medesime regioni del mondo dove si cumulano cause antiche e recenti che non si possono spiegare tutte, e sempre, con il colonialismo finito da 60 anni: il tempo di tre generazioni in cui si potevano cambiare tutti i meccanismi di dipendenza e conquistare la piena sovranità dei popoli soggiogati. Invece, la gran parte delle nuove classi dominanti nazionali su tali dipendenze si sono adagiate.
Un aspetto inquietante questo sul quale quasi nessuno mette l’accento per non svelare al mondo che i Paesi del terzo/quarto mondo sono dominati da dittatori, da nemici interni, talvolta più avidi e spregiudicati di quelli esterni!  
Soprattutto, bisognerebbe domandarsi perché gran parte della ricchezza continua ad accentrarsi nelle mani di ristretti oligarchie finanziarie, mentre il resto dell’umanità è appeso a una scala sociale, precaria e degradante, che va dal reddito medio fino all’inferno della miseria e della fame. Si punta al livellamento verso il punto più basso!

2… Un sistema esclusivo ossia escludente
L’altro fattore di cui non si parla è l’incidenza della la popolazione mondiale attuale (7, 2 miliardi (mld) d’individui), che è triplicata rispetto a quella del 1950 e marcia, spedita, verso gli oltre 10 miliardi nel 2050. Si capirà che a questi 7,2 mld di persone umane bisognerà assicurare, ogni santo giorno, non l’elemosina, gli scarti delle discariche a cielo aperto, ma un minimo vitale ossia una quantità di risorse e di beni necessari per rendere la loro vita degna di essere vissuta.
Questo non sta avvenendo: il neoliberismo produce ricchezze scandalose per pochi e nuove povertà per molti. Esattamente il contrario di ciò che sarebbe necessario per garantire la convivenza pacifica.
Oggi, tutto è affidato al “dio mercato”, all’accentramento apicale dei beni. Il sistema è divenuto più esclusivo, leggasi escludente, e foriero di macroscopiche ingiustizie e di conflitti insanabili e crudeli. Da qui, anche, la ripresa dei flussi migratori.
Il problema è sempre lo stesso: mancano una politica demografica razionale, basata su un rigido controllo delle nascite e un’equa distribuzione delle risorse, della ricchezza prodotte sul Pianeta.
Di fronte a tali scenari, non sappiamo far altro che “piangere”. Tutti piangono. Si piange a sinistra, si piange perfino a destra. Si commuovono anche i soci dei club più esclusivi di miliardari, i loro media, le menti prezzolate dei salotti televisivi e d’altro tipo, i venditori di armi micidiali e i fabbricanti di benzine, gli speculatori di ogni razza. Lacrime di coccodrillo, ovviamente. Poiché questa gente, che per il profitto venderebbero anche le loro madri, in pubblico piangono per i dannati della Terra, per i poveri esodati, imprigionati, annegati, violentati, in privato spartiscono, accumulano i guadagni. Taluni, dopo avere incendiato il mondo, s’improvvisano addirittura “filantropi” e vorrebbero combattere le ingiustizie, le disuguaglianze, da loro stessi provocate.
Solo pianti. Mai un’idea, una proposta per rimuovere le vere cause delle migrazioni e per cambiare lo stato di cose presenti. Insomma, la commozione del pensiero che tutto confonde, invece che l’analisi lucida, razionale per dare un assetto più giusto ai popoli del mondo, e in primo luogo, per garantire alle persone il diritto di non-emigrare.

3… I nuovi “filantropi” padroni del mondo
Questi “filantropi”sanno perfettamente che ogni milione o miliardo da loro accumulato è un frutto insanguinato di sfruttamenti bestiali, anche di bambini, del terzo e quarto mondo, di terribili ingerenze, alcune benedette come “umanitarie” da Papi e dalla stessa Onu che predicano la pace.
Dopo le guerre (alcune ancora in corso), arrivano i programmi, i bulldozer, i mercenari per l’accaparramento delle risorse insistenti in quei martoriati Paesi; dove sembra si sia passati dall’età del fuoco all’età dell’uranio, del petrolio, del rame, del litio, dei diamanti, ecc. ecc. Attenzione! Lor signori sono incontenibili, si stanno impadronendo di tutto, anche della terra, dell’acqua, delle foreste… Domani, chissà, anche dell’aria malsana che respiriamo.
I popoli di questi Paesi non sono padroni di nulla. La loro vita, la loro economia, il loro futuro dipendono dalle grandi multinazionali occidentali ma anche orientali. Cina “comunista” in testa.
In queste dannate condizioni ai giovani di questi Paesi, soprattutto quelli che se lo possono permettere, non resta che emigrare, scappare.
E così i filantropi miliardari preferiscono mettere l’accento sul “diritto all’emigrazione” e mai su quello, più naturale e sacrosanto, a “non-emigrare”.
Un diritto primario che deve garantire a ogni uomo a ogni donna la possibilità di vivere e di lavorare nel luogo di nascita o negli immediati dintorni. In quel luogo sacralizzato che gli antichi chiamavano ecumene.

4… L’emigrazione non è “Camel Adventure”
Il diritto a non emigrare, cui, recentemente, ha accennato anche “l’altro Papa”, Joseph Aloisius Ratzinger, é il primo diritto umano che nessuno rispetta. Con un piccolo sforzo d’immedesimazione, anche chi non é stato toccato da tale bisogno potrebbe capire che a  nessuno piace emigrare, abbandonare la famiglia, i luoghi dell’infanzia, i ricordi, gli amori, le tradizioni, gli odori, i sapore dei paesi natii per trasferirsi, in condizioni terribili, tragiche, in un posto ignoto, presso genti di altra cultura, spesso ostili.  
A qualsiasi latitudine, l’emigrazione non è mai stata, non è turismo simulato del tipo “Camel adventure” o una crociera nel Mediterraneo. No. E’ un dramma umano, sociale che può provocare conseguenze indelebili sugli individui e sulle comunità d’origine.
Non voglio intenerirvi, solo per far capire da dove nasce il mio ragionamento, dico che la mia famiglia, come tantissime altre della Sicilia e del Meridione, non hanno visto in televisione questo dramma (spesso spettacolarizzato oltre il bisogno), ma l'hanno vissuto sulla loro pelle.
E continuiamo a viverlo, in qualche misura: ci sentiamo dei “senza famiglia” pur avendo una caterva di parenti (circa il 90%)… All’estero, però. A volte, mi capita di cercarli nel sogno…
E il dramma continua in Sicilia e in altre regioni che, storicamente, hanno pagato un prezzo altissimo all’emigrazione.
Oggi, nel 2017, dalla sola città di Palermo emigrano 1.000 (diconsi mille) giovani al mese! 
Spero si comprenda la disperata gravità di questo dato!
Tutti ragazzi ben istruiti, qualificati che vanno ad arricchire i Paesi d’oltreoceano, del centro e dell’est europei. Se ne incontrano tantissimi perfino in Ungheria, in Bulgaria, in Polonia, ecc..
Insomma, esportiamo giovani qualificati e importiamo immigrati da impiegare, da sottoporre a forme di vera e propria moderna schiavitù. Per questi nessuno piange, si commuove! Anzi si chiudono entrambi gli occhi per favorirne lo sfruttamento. Vedremo perché.
Ovviamente, sappiamo che vi sono tante persone in buona fede o che per ragioni di fede si accodano all’attuale “pensiero unico” sulle migrazioni. Con queste persone bisogna dialogare per cercare insieme le vere cause del fenomeno e cooperare per lenire le sofferenze di chi è incappato nelle maglie di speculatori e di sfruttatori venali e senza scrupoli.
Ma non si possono, certo, accettare le lezioncine di pietismo, a dir poco, interessato di personaggi equivoci e di sociologi prezzolati e/o allucinati dai bagliori di una consulenza governativa o di una smagliante poltrona nel salotto buono di una Tv codina.

5…Il “caos funzionale”: esodo e mercato del lavoro  
Oggi, viviamo intrappolati dentro una sorta di “Caos funzionale” creato ad arte da potentissime associazioni d'interessi finanziari ed economici neo-liberiste, note o coperte, che stanno ristrutturando l'economia e la geo-politica mondiali in loro favore; a danno della qualità della vita del Pianeta e di di miliardi di uomini e di donne sempre più esclusi dal benessere e dai diritti.
Una “bolla” destabilizzante alimentata da conflitti di varia specie e portata: dalle guerre di religione a  quelle tribali, dal disordine monetario al terrore, ai terrorismi, ecc. 
Purtroppo, anche l'immigrazione clandestina o, se si preferisce, de-regolata, é oggi usata come leva importante di questo piano, perfido e distruttore.
Si vorrebbe “esportare”, forzatamente, il terzo mondo nel primo per realizzare due obiettivi essenziali:
1) favorire l’esodo delle nuove generazioni acculturate, perché temute come potenziali nemici dei loro disegni di rapina;
2) usare gli immigrati (a nero) per scardinare il mercato del lavoro, indebolire, distruggere le conquiste sociali, contrattuali dei lavoratori del "primo mondo" ossia d'Europa, Nord America, ecc.
Ora -parliamoci chiaro- visto che nel “primo mondo” preferiamo allevare cani e gatti invece che figli, l’immigrazione si è resa necessaria, ma i flussi vanno regolati con accordi, bilaterali e multilaterali, in base ai quali agli immigrati (regolari) devono essere riconosciuti tutti i diritti contrattuali, secondo le leggi vigenti.
Ma proprio questo non vogliono i grandi potentati (di cui sopra) i quali preferiscono l’immigrazione  clandestina per usare, trasformare gli immigrati nei nuovi schiavi del 21° secolo.
Stranamente, vediamo i grandi oligarchi (del tipo Soros)- di fatto- “lottare” insieme a gruppi della sinistra più o meno radicale per la difesa del meccanismo di migrazione clandestina, per poi magari indignarsi per lo sfruttamento disumano dei migranti occupati presso le medie e piccole imprese o rinchiusi nella miriade di centri d’accoglienza. Non si capisce il senso di tale connubio.
Per tradizione, la sinistra, italiana e mondiale, non vuole schiavi ma lavoratori tutelati nella loro dignità e nei loro diritti (e, anche, nei loro doveri) derivati dalla nostra Costituzione e dalla legislazione repubblicane.
La sinistra non vuole lavoro nero né de-localizzazioni delle nostre industrie. Troppo comodo per i de-localizzatori: guadagni alle stelle e disoccupazione di massa scaricata sulle casse dello Stato e sulla società italiana.

6 … Italia, un Paese in svendita 
I nostri giovani devono poter trovare lavoro in Italia presso i nostri stabilimenti, i nostri sistemi di servizi e di amministrazione.
Purtroppo, l’Italia é un Paese in svendita e pertanto luogo prelibato per attrarre grandi capitali internazionali (i soliti noti + i nuovi potentati arabi e estremo orientali), alla ricerca del massimo profitto. Per creare un "clima adatto" (investitionklima) a tali investimenti, si pretende la modifica della nostra Costituzione (troppo popolare e democratica) e della legislazione sul lavoro, sulle pensioni frutto di sacrifici e di lotte lunghe e memorabili della classe operaia e dei lavoratori italiani e accordi commerciali internazionali che potrebbero distruggere le nostre economie (agricole e industriali, il tessuto delle piccole aziende, ecc) e perfino la nostra sovranità statuale e legislativa. Nemmeno l’impero Romano (una delle prime globalizzazioni) giunse a tanta alterigia nei confronti deipopoli occupati!
Lor signori preferiscono il lavoro nero, sempre più nero, l'evasione fiscale e contributiva. L'Inps del signor Boeri, che ama sollazzarsi con i giochetti della politica invece che con i conti dell’Istituto,  é in preda a una situazione debitoria senza precedenti, in primo luogo perché non si registrano risultati apprezzabili nella “lotta” all'evasione contributiva e perché il lavoro nero dilaga e coinvolge lavoratori italiani e stranieri soprattutto irregolari.
Da ciò anche i pruriti di certi “grandi vecchi” dell’economia e della finanza internazionali che vedono nell’allungamento delle speranze di vita dei lavoratori (non delle loro) un pericolo serio per la tenuta dei conti pubblici, della previdenza sociale.
Questi individui, taluni per altro ultraottantenni e religiosissimi, hanno iniziato un gioco sporco, vile che indica nei vecchi pensionati, nei padri e nei nonni, i nemici dei giovani, i responsabili della crisi degli istituti previdenziali. Vivono troppo a lungo, secondo la signora Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale. E quindi…bisognerà da un lato alzare l’età pensionabile e dall’altro lato erogare meno medicine, meno servizi sanitari.  
Insomma, per risolvere il “problema”, si punta sulla morte (anticipata) degli esseri umani. Qualcosa di orrendo che ricorda talune teorie e pratiche del nazismo. 
“ Per liberare risorse” che andranno ad alimentare il “ciclo infernale” nel quale sembra essere entrata l’umanità di questo inizio secolo, per finanziare nuovi conflitti che nutrono il mercato sporco delle armi e producono profughi, milioni e milioni di profughi, veri o presunti, miseria e malattie e flussi di migrazioni irregolari che sono una manna per speculatori di lì e di qua.

7… L'ordine delle multinazionali
In realtà, é in atto un vero rivolgimento, una regressione di segno neoliberista che mira a far arretrare, ad azzerare il patrimonio di conquiste democratiche e sociali costruito nell'ultimo mezzo secolo. Si vogliono riprendere tutto!
Certuni, anche a “sinistra”, accettano, rassegnati o conniventi, tale tendenza perché - dicono- “questa è la globalizzazione”, quasi che questa fosse un fenomeno neutro, ineluttabile e, soprattutto, ometteno di specificare che trattasi di un “nuovo ordine” ideato e dominato dalle grandi oligarchie finanziarie d’Occidente e d’Oriente.
Il mondo moderno ha visto altre “globalizzazioni” capitaliste, colonialiste e/o neocolonialiste che i popoli oppressi, la sinistra (marxista specifico), le forze nazionaliste più sane hanno combattuto!
Oggi, invece, non si capisce se e chi, in Italia e altrove, difende veramente lavoratori sotto attacco.
Una sinistra di classe (della vecchia e della nuova classe in formazione) dovrebbe riflettere e trovare una sintesi politica e ideologica, nuove forme di aggregazione in sintonia con le innovazioni sociali e tecnologiche e quindi agire di conseguenza. Perché- cari tutti- la classe non è acqua ma sangue che ribolle.
Non è vero che le ideologie, le classi sociali sono state tutte superate con l’avvento del dio-mercato.  Semmai è stato modificato il vecchio equilibrio a favore di una sola classe, di una sola ideologia ossia quelle delle oligarchie capitalistiche, vincitrici e  uniche dominatrici, cui  non si contrappongono, validamente, quelle di una sinistra impellicciata o vittima della “sindrome di Stoccolma” ossia attratta e succube del fascino dei suoi distruttori.
Una sinistra dispersa, confusa che non riesce a esprimere un credibile progetto alternativo e mobilitante. Questo è- a mio parere- il punto politico, il nodo principale da sciogliere.

8… Una globalizzazione della sinistra
Perciò, bisogna ricominciare a pensare e a lottare.
Intanto, per difendere, una per una,  le conquiste sociali e civili conseguite. Si può fare, senza estremismi gratuiti, senza facce coperte, senza spaventare la gente (potenzialmente alleata), senza fughe in avanti e sempre nel rispetto dei principi democratici della nostra Costituzione che abbiamo difeso con il voto referendario.
A mio parere, sono anche necessari un nuovo pensiero della sinistra, nazionale internazionale, e nuove organizzazioni politiche e sindacali, per un'alleanza mondiale di tutti i lavoratori, emigrati e stanziali, dei disoccupati e dei giovani in cerca di prima occupazione.
Insomma, alla globalizzazione neoliberista bisogna contrapporre una globalizzazione della sinistra, dei movimenti anticapitalisti, umanitari (anche di sana ispirazione religiosa) che realizzi nelle aree più sviluppate l’unità fra lavoratori nazionali e immigrati regolari e che guardi ai popoli dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina con uno spirito di solidarietà militante, per creare un fronte comune di lotta al neoliberismo selvaggio; per la loro, e per la nostra, libertà.
Il mondo è uno solo, è abitato da una sola razza: quella umana! Il terreno del confronto ha superato i confini degli Stati. L’invocazione all’unità mondiale di classe di Karl Marx, oggi riacquista un significato di dignità e di speranza, per un mondo nuovo, giusto, umano, per salvare la vita del Pianeta, la Natura e tutti i suoi abitanti. Oggi tali, delicati equilibri sono seriamente compromessi, rischiano d’implodere o di esplodere, fate voi. Il futuro dell’umanità è assai incerto.

9... C'è bisogno di comunismo
Noi che abbiamo vissuto la vita lottando contro le ingiustizie e le prepotenze, nonostante gli errori  e i limiti dell’esperienza “statalista” dell’Urss e dei Paesi socialisti, pensiamo che solo il comunismo, quello autentico mai sperimentato, solidario, pacifista, possa salvare la Terra e l’umanità dal disastro verso cui stanno correndo. La missione del comunismo, per sua natura egualitario e generoso, mira a esaltare la concezione laica del progresso inteso come bene comune. Una missione che mira a salvare, redimendola, l’intera umanità, compresi i suoi acerrimi, attuali nemici. Una concezione superiore, quasi evangelica, che non cerca la vendetta, né il dominio, ma la pace fra gli uomini e l’armonia fra questi e la Natura, il benessere, la libertà e la felicità condivisi.
Utopia o profezia? Solo un'umilissima opinione di una persona che sa di trovarsi più di là che di qua. Può darsi un'infatuazione, un’illusione senile. Anche se credo che l’uomo senza utopie, senza speranza sia costretto a strisciare, triste e rassegnato, come un verme solitario e allucinato.
      
(Agostino Spataro)

Joppolo Giancaxio, 4 settembre 2017

Articoli connessi:
http://www.lavocedellisola.it/2016/04/immigrazione-chiudere-col-soccorso-mare-avviare-politica-cooperazione/

venerdì 1 settembre 2017

CARDINALE MAZZARINO: LA VENDITA DEI LIBELLI CALUNNIOSI



di Agostino Spataro

Da alcuni anni, sto conducendo (per il mio personale diletto) una ricerca su taluni aspetti della vita intima e politica del cardinale Giulio Raimondo Mazarino, per metà siciliano, a lungo primo ministro del regno di Francia, dopo Richelieu.
Il Cardinale, autore del famoso “Breviario dei politici”, fu un fine tessitore politico e un abilissimo stratega della manovra diplomatica, tanto da potere essere annoverato fra i più grandi statisti europei del ‘600.
Curiosando fra i vari tomi (in francese), ogni tanto, si trova una chicca che mi piace segnalare nel caso qualcuno desideri prenderla in considerazione.
Eccovi questa che tratta di un modo, a dir poco, originale con cui Mazarino affrontò, durante il lungo periodo delle due “Fronde”, le famigerate campagne dette “Mazarinate” ossia la diffusione fra i parigini di migliaia di libelli calunniosi (qualcuno veritiero) messi in giro dai suoi tantissimi e potenti nemici.
Il Cardinale ebbe un’idea apparentemente balzana: farli sequestrare e guadagnarci pure.
Così si legge a pagina  81 del libro del grande storico francese Paul Robiquet, “Le coeur d’une Reine”, (traduzione provvisoria):  “Fra le lettere della Palatina c’é ne una che racconta che Mazarino ordina di raccogliere (sequestrandoli, ndr) il più gran numero possibile degli orribili libri scritti contro di lui, dicendo che voleva farli bruciare. Ma, una volta acquisiti, li fece vendere sottobanco guadagnando dieci mila scudi: “ I Francesi- ripeteva Mazarino - sono persone amabili. Io li lascio cantare e scrivere e loro mi lasciano fare ciò che io voglio” (Lettera del 25 ottobre 1715)
La “Palatina” era una linguacciuta ma molto informata dei fatti che accadevano a Corte.
Per quanto qualche dubbio permane, bisogna ammettere che siamo davanti a un caso di  realismo politico portato all’estremo, beffardo e utilitaristico, che, forse, potrebbe costituire un “suggerimento” per alleggerire certe torbide atmosfere politiche attuali ed evitare qualche fastidioso processo nei nostri Tribunali.

1 sett. 2017


mercoledì 2 agosto 2017

BEIRUT 1981: ECCO COSA CI DISSE ABU AYAD SULLA STRAGE DI BOLOGNA


 di Agostino Spataro

Nel marzo 1981, Abu Ayad capo dei servizi di sicurezza dell'Olp, ricevette nella sua abitazione di Beirut, una delegazione parlamentare unitaria (DC, PCI, PSI, PDUP, PR) così composta:

"La delegazione, in missione in Libano, incontrò Abu Ayad il 5 marzo 1981. Era guidata dall’on. Giuliano Silvestri (Dc) ed era composta da Andrea Borri e Francesco Lussignoli (Dc), Guido Alberini e Giorgio Mondino (Psi), Agostino Spataro e Alessio Pasquini (Pci), Aldo Ajello (Partito radicale), Eliseo Milano e Alfonso Gianni (Psiup). Al seguito della delegazione parlamentare, vi erano quattro giornalisti: Igor Man (La Stampa), Maurizio Chierici (Il Corriere della Sera), Domenico Del Giudice (Ansa) e Vincenzo Mussa (Famiglia Cristiana). All’epoca, presidente della Commissione Esteri della Camera era l’on. Giulio Andreotti." (da documentazione Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin)

Un incontro difficile da dimenticare non solo per gli argomenti trattati, ma anche per un episodio indicativo della tensione, del clima di violenza, d'intrigo che si respiravano a quel tempo a Beirut. 
Successe che, mentre consumavamo un sobrio pasto a base di cous cous, udimmo un forte botto  provocato dall'esplosione di una bomba collocata all'interno di un'auto posteggiata proprio davanti il portone dell'abitazione del nostro ospite. 
Ayad, con un sorriso appena accennato, ci rassicurò: "questo é il saluto degli israeliani alla delegazione italiana".   
Nel corso dell'incontro chiedemmo eventuali notizie relative alla terribile strage della stazione di Bologna. Il dirigente palestinese ci disse che avevano già trasmesso le informazioni in loro possesso alle autorità italiane (servizi) presenti a Beirut. Ci fece un sunto (che, grosso modo, é quello che dichiarò nell'intervista a Rita Porena - vedi sotto). 
Al suo rientro in Italia, per prima cosa, la delegazione trasmise un documento unitario informativo alla Procura della Repubblica di Bologna la quale provvide a interrogarci nel merito, presso la Camera dei Deputati.
Il contenuto del colloquio fu pubblicato dai giornalisti al seguito e da altri organi di stampa italiani e stranieri.
Per chi non ricorda. Abu Ayad fu ucciso, a Tunisi, 10 anni dopo, da un commando israeliano venuto dal mare. Tuttavia, tale brutale assassinio non sembra avere avuto a che fare con la vicenda di Bologna.

In sede di Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana. Relazione: sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980 (1), la maggioranza di centro-destra tentò di ipotizzare, di accreditare una "pista palestinese".
Com’è noto, tale "pista, non trovò conferma nelle diverse inchieste giudiziarie, nelle sentenze definitive relative alla strage di Bologna.
Nonostante ciò, oggi, taluni vorrebbero riproporre quella "pista",  anche contro il punto di vista dell'Associazione dei familiari delle vittime che la considera una perdita di tempo, al limite deviante.
Sperando che un giorno si potrà far piena luce sull'orribile strage, desidero ribadire l'immutato cordoglio per le vittime innocenti dell’attentato e la più sincera solidarietà ai loro familiari e alla città di Bologna.
(Agostino Spataro - già membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati)

(1) Allego alcuni brani ripresi dalla documentazione della citata Commissione d'inchiesta :
“…. La circostanza così riferita dai magistrati di Bologna, con la quale si circoscrive la cosiddetta “pista libanese” al “sospetto di responsabilità dell’OLP palestinese” nell’attentato alla stazione ferroviaria, è errata e smentita sulla base degli stessi rilievi probatori ormai oggetto di giudicato.
È vero, invece, il contrario Trascriviamo qui di seguito le valutazioni dei giudici istruttori di Bologna
che si sono occupati delle indagini sull’attentato del 2 agosto 1980, così come rassegnate nel capitolo 6°, intitolato “Le attività di copertura e sviamento compiute da alcuni settori dei servizi di sicurezza” (pag. 780 e seguenti) 13 dell’ordinanza sentenza di rinvio a giudizio sulla strage di Bologna, proc. pen.344/A/80 contro Dario PEDRETTI e altri imputati di strage e altro:

A pochi giorni di distanza dall’emissione degli ordini di cattura nei confronti di numerosi imputati (avvenuta il 26 agosto 1980), comparve sul Corriere del Ticino il 19 settembre 1980 un’intervista resa da Abu AYAD, esponente dell’OLP alla giornalista Rita PORENA.
In tale articolo, Abu AYAD, uno dei capi di Al FATAH rispondendo alle domande della giornalista dichiarava testualmente:
“Un anno fa siamo stati informati dell’esistenza di campi di addestramento per stranieri tenuti dai Kataeb nei pressi di Aqura, nella zona est (da Beirut nord est fino a 20 km da Tripoli), controllata dalle destre maronite. Abbiamo fatto un’indagine per appurare la nazionalità degli ospiti dei campi e siamo riusciti ad entrare in contatto con due tedeschi occidentali che avevano preso parte all’addestramento e che in questo momento si trovano a Beirut presso di noi. Da loro abbiamo appreso che nel campo di Aqura sono stati addestrati vari gruppi, per un totale di circa 30-35 persone, tra cui italiani, spagnoli e tedeschi occidentali. Il responsabile del gruppo tedesco si chiama HOFFMANN, e da lui abbiamo saputo che era in arrivo un altro gruppo di tedeschi.
Allora abbiamo deciso di tendere un agguato e abbiamo catturato nove persone che in questo momento si trovano presso di noi, ma che non sono nostre prigioniere. Dai tedeschi abbiamo appreso che circa undici mesi fa nel campo di Aqura il gruppo aveva discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi ed erano arrivati alla conclusione che l’unica via sarebbe stata l’attacco contro le istituzioni più importanti. I fascisti italiani hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito comunista e dalla sinistra in generale e che perciò avrebbero cominciato le loro operazioni con un grosso attentato nella città di Bologna, amministrata dalla sinistra. Quando è avvenuta la strage abbiamo subito messo in relazione l’attentato con quanto avevamo appreso sui progetti degli italiani nel campo di Aqura.
Al momento opportuno faremo in modo che i tedeschi rendano pubblico tutto quello che hanno visto e udito nei campi di addestramento, compresi i nomi ed il numero degli italiani che erano con loro. Da parte nostra abbiamo provveduto a tenere al corrente le autorità italiane, alle quali abbiamo dato i nomi degli italiani di Aqura. I nomi,probabilmente, non sono precisi, perché i tedeschi li hanno citati basandosi solamente sulla loro memoria, ma credo che per le autorità italiane non sia difficile riuscire ad identificare le persone. È certo che si tratta di fascisti che appartengono ad organizzazioni conosciute. Se le autorità italiane avessero messo in relazione le informazioni avute da noi con le altre in loro possesso, avrebbero avuto un quadro chiaro della situazione...”

Già il quotidiano La Repubblica , del 17 settembre 1980, aveva pubblicato un trafiletto nel quale veniva riportata una dichiarazione di certo Salah KHALAF, del seguente tenore: “Abbiamo documenti che provano il coinvolgimento falangista nell’esplosione di Bologna”.
Con eccezionale tempismo, il 20 settembre 1980 il procuratore della Repubblica di Bologna, in persona del suo capo Ugo SISTI, trasmetteva mediante corriere richiesta di informazioni al SISDE, in relazione alla notizia Ansa che riportava la sostanza delle dichiarazioni rese da Abu AYAD.
Il 21 ottobre 1980, il CESIS riferiva sulla questione. Alla nota era allegato un appunto nel quale erano riportati termini dell’intervista di Abu AYAD a Rita PORENA. Veniva allegato anche un altro appunto contenente dichiarazioni di un portavoce falangista che smentiva le rivelazioni di Abu AYAD, definito un “grande mentitore”. In tale appunto, veniva altresì riferito, per la prima volta, che Abu AYAD altro non era che il nome di copertura di Salah KHALAF.
Che la questione venutasi a creare fosse particolarmente ambigua non sfuggì agli inquirenti. Il 4 novembre 1980, infatti, il pubblico ministero, dott. Claudio NUNZIATA, richiese l’esame diretto della giornalista Rita PORENA e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, on. Francesco MAZZOLA , al fine essenziale di verificare l’esatta cronologia e la natura dei fatti.

Il passaggio decisivo avvenne, tuttavia, nel gennaio del 1981, quando, come si vedrà, era già in atto la parallela manovra “depistante” dell’esplosivo Taranto
Milano. Il 30 gennaio 1981, infatti, veniva trasmesso al procuratore della Repubblica di Bologna un appunto concernente le risultanze degli accertamenti condotti dal SISMI sulla vicenda. L’appunto era datato 23 gennaio 1981 e forniva una serie di notizie, partendo proprio dalle affermazioni di Abu AYAD e riportava l’esito di un presunto incontro con due tedeschi che avrebbero frequentato il campo di addestramento falangista.
In sostanza, nessun esito concreto e una serie di indicazioni vaghe e non suscettibili di verifica tali da porre i magistrati nella difficile posizione di dover valutare l’attendibilità di spunti informativi più che di indicazioni precise ed esaurienti.
Ai primi di marzo del 1981, la “pista libanese” riprese nuovo impulso a seguito della visita a Beirut di una delegazione di parlamentari italiani , ai quali Salah KHALAF dichiarò di aver fornito alle autorità italiane elementi di prova sulla responsabilità dei neofascisti che si addestravano in Libano.
Al rientro dalla visita in Libano, alcuni parlamentari facenti parte della delegazione riferivano alla stampa il contenuto del colloquio avuto con l’esponente palestinese e l’intera stampa nazionale diffondeva, pertanto, la notizia.
Il 7 marzo 1981, quale diretta conseguenza di queste dichiarazioni, il giudice istruttore richiedeva al SISDE di riferire se rispondeva al vero che il Servizio era stato contattato dall’OLP nei termini riferiti dai parlamentari e, ovviamente, il 25 marzo 1981 il SISDE asseriva di non aver avuto contatti con l’OLP

La pubblicazione di un articolo sul settimanale Panorama, a firma di Pino BUONGIORNO, il 23 marzo 1981, relativo ai nomi di estremisti di destra che avevano trovato rifugio in Libano 
produceva l’effetto voluto, perché il 24 marzo 1981 i giudici istruttori indirizzavano al BKA una richiesta di informazioni sulla identità dei cittadini tedeschi addestrati in Libano nell’estate del 1980 cui le autorità federali rispondevano con nota in pari data…”


sabato 15 luglio 2017

Agostino Spataro- biobibliografia essenziale




Agostino Spataro, 1948
Giornalista, già deputato al Parlamento nazionale.
Componente delle Commissioni Esteri e Difesa della Camera.

Ha scritto vari saggi, fra i quali:

- “Per la Sicilia”, (pref/ne di Giorgio Napolitano), Agrigento, 1982
-  Missili e mafia”(con Paolo Gentiloni, Alberto Spampinato) Editori Riuniti, Roma,1985
-  I Paesi del Golfo, Edizioni Associate, Roma, 1991
-“Il Mediterraneo” (con Bichara Khader), Editrice Internazionale , Roma, 1993
 - “La notte dello sceicco”-Reportage dallo Yemen”, Edizioni Associate, Roma, 1994
- “Ioppolo Giancaxio: fra storia e memoria, Ed. Tricentenario, 1996
- “Il Pianeta unico” (con Naom Chomsky, Ricardo Petrella, ecc), Eleuthera, Milano, 1999
- “Le tourisme en Méditerranée”, Editions l’Harmattan, Paris, 2000
- “Il fondamentalismo islamico- Dalle origini a Bin Laden”, (pref/ne di Yasser Arafat ), Editori Riuniti, Roma, 2001
- “Petrolio, il sangue della guerra”, Ed. CSM- Ilmiolibro, Roma, 2012
- “Nella Libia di Gheddafi”, Ed. CSM -Ilmiolibro, Roma, 2013
- I giardini della nobile brigata”,Ed. CSM - Ilmiolibro, Roma, 2014  
- “Borges, nella Sicilia del mito”, Ed.  Amazon, 2016
- “Siglo XXI - La economia del terror?”,  (con Giuseppe Lo Brutto) Ediciones “E y C”- Città  del Messico, 2016







lunedì 10 luglio 2017

I RACCONTI DI REALTURCO



Agostino Spataro*
I racconti di Realturco
Edizione speciale del Comune di Ioppolo Giancaxio **

DUE VOLUMI PER 100 RACCONTI
Dalla presentazione del Sindaco Angelo Giuseppe Portella:
Dopo “Ioppolo Giancaxio: fra storia e memoria”, che rievoca la storia e i principali avvenimenti politici e sociali del paese, Agostino Spataro pubblica quest’ampia raccolta (100) “Racconti di Realturco”, estrapolati dalla tradizione locale del “cuntu” e della poesia vernacolare.
Il lavoro, diviso in due volumi, vuole essere un contributo alla ricostruzione della nostra identità culturale e alla salvaguardia della memoria collettiva.
In tal senso, l’opera riscopre un percorso culturale interessante, per molti versi inedito, attraverso il quale è possibile ripercorrere sentieri smarriti o ignoti ai più giovani, cogliere taluni aspetti, anche etnografici, della nostra vicenda umana così come si è dipanata negli ultimi decenni…
Un lavoro davvero propizio specie in questa fase nella quale siamo impegnati a rilanciare la prospettiva economica del nostro paese, soprattutto sui versanti dell’agricoltura, dell’accoglienza turistica e dell’intrattenimento... Il Comune donerà i due volumi alle famiglie di Ioppolo Giancaxio, residenti ed emigrate, alle  biblioteche e ai media che ne faranno richiesta.”
  
Un “romanzo popolare”
“Realturco” è un grazioso paesino, annidato sopra una collina emergente dall’immenso cratere che si stende fra la valle dei Tem­pli di Agrigento e le propaggini dei monti Sicani.
Quest’opera vuole essere una sorta di “romanzo popolare” che rievoca fatti e personaggi di questo borgo contadino che, come tanti altri in Sicilia, nel Meridione e nel Mediterraneo, sta vivendo una grave crisi socio-economica e d’identità, a causa, soprattutto, dell’emigrazione storica e di quella attuale che si porta via i giovani diplomati e laureati. Paese in prevalenza di anziani, continua nella sua preoccupante decrescita demografica, come si può rilevare da questo identikit delineato dai dati Istat, forniti dal Comune.
Popolazione 1.248 abitanti (censimento del 2011). Nel 1922 era di circa 3.000 abitanti. Rispetto a tale dato c’è una perdita del 59%.
La decrescita non si è fermata. Oggi, il paese presenta un saldo demografico assai negativo (-119 unità) nel periodo 2002-15, durante il quale si sono regi­strati 258 decessi e solo 137 nascite. Il picco più preoccupante si è avuto nel 2014 con 5 nascite e 16 decessi.
Cause antiche e recenti, oggi acutizzate dalle politiche del neoliberismo selvaggio che sta distruggendo le economie locali, le identità culturali dei popoli e sconvolgendo quelle di genere delle persone. 
Avanzano l’omologazione e il pensiero unico. Del vecchio mondo potrebbe non restare nulla. Si vuole un’umanità senza memoria e senza diritti. Questi 100 racconti sono un contributo alla salvaguardia dell’identità di una piccola comunità siciliana. Perché si sappia da dove veniamo. Si dice che i libri “allunghino” la vita dei loro personaggi. Non prometto nulla ai miei. Qualcuno l’ho “richiamato” dal regno della dimenticanza. Un privilegio che ho riservato solo a chi merita, compresi alcuni avversari politici degni di essere ricor­dati. Chi non merita è giusto che scompaia fra i flutti dell’oblio…” (a.s.)

**  I racconti  pubblicati  nei due volumi (pagg. 290 + 270) sono tratti da “I fiori del tempo ritrovato” e  “ Il cavaliere e la notte” in vendita presso : lafeltrinelli.it e in altre librerie online. L’autore ha ceduto, gratuitamente, i diritti al Comune di Ioppolo Giancaxio per realizzare questa edizione speciale.
  
* Bibliografia essenziale di Agostino Spataro, 1948
Giornalista, già deputato al Parlamento nazionale.

Ha scritto vari saggi, fra i quali:
-  Per la Sicilia”, (pref/ne di Giorgio Napolitano), Agrigento, 1982
-  Missili e mafia”(con Paolo Gentiloni, Alberto Spampinato) Editori Riuniti, Roma,1985
-  I Paesi del Golfo”, Edizioni Associate, Roma, 1991
- “Il Mediterraneo” (con Bichara Khader), Editrice Internazionale , Roma, 1993
- “La notte dello sceicco”-Reportage dallo Yemen”, Edizioni Associate, Roma, 1994
- “Ioppolo Giancaxio: fra storia e memoria”, Ed. Tricentenario, 1996
- “Il Pianeta unico” (con Naom Chomsky, Ricardo Petrella, ecc), Eleuthera, Milano, 1999
-  Le tourisme en Méditerranée”, Editions l’Harmattan, Paris, 2000
- “Il fondamentalismo islamico- Dalle origini a Bin Laden”, (pref/ne di Yasser Arafat ), Editori Riuniti, Roma, 2001
- “Petrolio, il sangue della guerra”, Ed. CSM- Ilmiolibro, Roma, 2012
- “Nella Libia di Gheddafi”, Ed. CSM -Ilmiolibro, Roma, 2013
-  I giardini della nobile brigata”,Ed. CSM - Ilmiolibro, Roma, 2014  
- “Borges, nella Sicilia del mito”, Ed. Amazon, 2016
- “Siglo XXI - La economia del terror?”,  (con Giuseppe Lo Brutto) Ediciones “E y C”- Città  del Messico, 2016
  
N.B. Per eventuali recensioni e segnalazioni su organi di stampa, tv, ecc, chi desidera una copia omaggio può richiederla al Comune di Ioppolo G. (tel. 0922 631047, signora Luciana Costanza).