domenica 24 dicembre 2017

UN UOMO CHIAMATO “VIAGGIO"

di Agostino Spataro (*)

1...              “Professù, stamattina dov'é diretto? Dalla borsa mi pare nelle vicinanze.”
L’autista dell’autobus accolse con un sorriso bene augurante il vecchio professor di francese Raffaello Nicotra in partenza per il… mondo. Gli tese una mano per aiutarlo a salire il predellino d'accesso, troppo alto per le sue  flebili gambette costrette a reggere il peso di un’ingombrante obesità.
“Dove va stavolta? Se non sono indiscreto.”
“Ma niente. Robetta. Un simposio sulla metempsicosi che inizia domani all’università di Bologna.”
“Sulla che?”
“Me-tem-psi-co-si…”
“Ma cos’è una nuova malattia?”
“No, che malattia! Si tratta di una nuova teoria che a che fare con la filosofia orientale. Robetta. Fra due, tre giorni sarò di ritorno.”
“E allora buon viaggio e buon simposio, professù”, lo salutò l’autista che sapeva, e fingeva, come tutti in quel paese.
Il bus delle 7,30 era affollato di studenti che andavano a studiare nel capoluogo. Alcuni erano suoi ex allievi. Uno gli cedette un posto in prima fila. Anche loro sapevano e fingevano.
Lo chiamavano, affettuosamente, il “signor viaggio”. L’intero borgo sapeva e fingeva. Una finzione collettiva, pietosa, solidale, complice per proteggerne un’altra drammatica, illusoria ossia quella del Nicotra che pareva essere uscito dal mondo del reale per entrare in quello del fantastico, della stravaganza.   
Dopo una vita irreprensibile in cattedra, era divenuto stravagante, curioso, desideroso di viaggi e  belle donne. Desideri per lui irraggiungibili per via dell’età e del magro reddito.
Ed ecco, allora, l'invenzione del viaggio. Viaggi quasi sempre immaginari, fantastici che lo portavano da un capo all'altro dell'Italia, dell'Europa, quasi sempre per città rinomate, mitiche.
Una mattina “partiva” per Paris e rientrava in paese... in serata.
Come era possibile? Semplice. Partiva col il primo bus della “Delta trasporti” e rientrava verso le 18,00 con quello  della “Camilleri & Argento”. In tempo per la cena. Il suo "soggiorno parigino" si svolgeva sopra una panchina della stazione, a leggere un libro o il giornale. O ad osservare la gente che passava.
Se qualcuno gli domandava cosa stesse facendo rispondeva che era in attesa del treno per Palermo per andare all'aeroporto e imbarcarsi sul volo per Parigi; a qualche altro diceva che era appena arrivato da Parigi e stava aspettando qualcuno che lo portasse a casa.

2... Senza più la sua scuola, i suoi "ragazzi", i suoi colleghi, si sentiva ristretto, come in cattività, in quell'opprimente bilocale a primo piano.
Era convinto che alle grandi idee non si confanno gli ambienti angusti, gretti, mortiferi come quelli di certi paesini che hanno smesso di essere contadini senza riuscire a diventare altro. Aggregati informi senza più una precisa identità culturale, privi di una configurazione sociale ben definita. Paesi in declino, dove la vita appare scandita dai tristi latrati dei cani e dai rintocchi delle campane a morto. Paesi-fantasma alla ricerca di un nuovo destino che nessuno intravede.
Grandi idee, grandi spazi. Questo era il suo motto. Per dare sfogo ai suoi ambiziosi propositi, il professore necessitava di grandi spazi, desiderava conoscere genti e luoghi lontani, dialogare con altri "colleghi" visionari. Visionario. Questo era il suo nuovo status intellettuale, esistenziale. Poiché dai
visionari – sosteneva - verrà la nuova elite destinata a plasmare, a guidare la futura umanità.
Sempre più avanti della realtà, i visionari potranno rompere le catene del pensiero unico, del miserabile profitto che lo genera, ridare libertà e dignità ai popoli del mondo.
 Una sera comunicò alla moglie "Domani mattina andrò all'aeroporto per prendere il volo per Bologna.”
La poveretta gli preparò la valigia con l'occorrente per tre quattro giorni. Anche lei recitava in questa sorta di commedia degli inganni.
Fingeva, e piangeva, ogni qual volta il marito “partiva”.
In famiglia, in paese tutti sapevano e stavano al gioco. Un gioco triste che si fece evidente da quando il professor cadde in depressione, soprattutto dopo l'assegnazione del Nobel per la letteratura a Dario Fo. Vi chiederete: che cosa c’entri la messinscena con il premio conferito a Fo?
Se avete un po’ di pazienza cercheremo di scoprirlo insieme.

3...  Avrete capito che questa storiella, in parte vera, ha come protagonista un professore pensionato, avvilito della vita grama che la pensione gli aveva riservato. Il suo medico intuì subito il problema e gli consigliò un anti-depressivo assai singolare, basato su due “molecole” in particolare: scrivere e viaggiare. In quanto a scrivere aveva scritto tanto, in quanto a viaggiare aveva viaggiato poco. Ma- come detto- pensava di rimediare all'inconveniente con la fantasia.
Comunque sia, una terapia piacevole che gli consentiva di combattere il male e, al contempo,  d’innalzare il livello di autostima, fino al punto di considerarsi degno del premio Nobel per la letteratura al quale, ogni anno, si auto-candidava. 
Formalmente, s’intende. Con tanto di lettera raccomandata RR indirizzata alla reale accademia svedese. Certo, costava un po’ quella missiva, ma poteva prendersi la soddisfazione di esibire agli increduli la ricevuta bollata della reale Accademia.
La candidatura fu sostenuta, così per celia, nei vari posti dove il popolo “babbia”. Specie in quei circoli di sfaccendati che, dietro la facciata “culturale”, nascondono attività meno onerose quali il gossip e le bische clandestine. Sodalizi dove l’unica traccia di “cultura” sono il quotidiano locale e qualche rivista, per la gioia di quei soci che vengono a leggere le cronache locali, senza bisogno di passare dalla edicola.
Un grande "dibattito" si accese fra le poltrone di un antico sodalizio intitolato al grande drammaturgo Luigi Pirandello, illustre conterraneo e Nobel per la letteratura, il quale in una sua novella aveva menzionato il paesino.
Nei bar, per le vie c'era sempre un qualche figlio di buona madre che lo incoraggiava.
Tutto ciò era per Nicotra una conferma della sua aspirazione al prestigiosissimo riconoscimento. Ne era degno al pari di tanti altri recentemente insigniti. Fra i quali, appunto, quel Dario Fo che in vita sua non aveva prodotto una vera opera letteraria.

4...    Cominciò a girare con in tasca un testo stampato del suo “Inno all’amore e alla pace” e con il ritaglio di un giornale polacco, dove fuoriusciva un suo primo piano mentre- seduto al tavolino della trattoria “da Carmelo” fra piatti di trippa alla giurgintana e un “pedi di porco” in umido- illustrava al giornalista straniero gioie e dolori della sua marcia di avvicinamento a Stoccolma.
Anche la stampa internazionale si stava occupando di lui, sosteneva la sua candidatura.
D'altra parte, il professore poteva vantare una produzione letteraria di prim'ordine. Raccolte di poesie, odi e inni a questo e a quello, poderosi poemi che amava recitare, in anteprima, per i soci del “Parnaso”, il circolo dei più raffinati maldicenti del paese.
Gli mancava soltanto il grande romanzo. 
Il Nobel? Anche lui sapeva che era un'altra finzione, una presa in giro. Un gioco cui, il professore, eterno candidato, in fondo si prestava.
Gli piaceva giocare il ruolo del poeta maltrattato, discriminato, volutamente ignorato perché temuto.
Comunque sia, per “non sapere leggere e scrivere” (un modo di dire nostrano, in questo caso paradossale se applicato a un aspirante Nobel per la letteratura), si diede a spulciare riviste specializzate per conoscere un poco i meccanismi e le regole procedurali dell' Accademia svedese.
Nel caso fosse arrivata “The magic call”, la magica telefonata dell’assegnazione.
Insomma, si predispose a fronteggiare ogni emozione: l’assalto dei giornalisti, dei fotografi, gli auguri delle più alte autorità, gli abbracci degli amici, della gente per le vie, le lettere dei fan, dei suoi alunni sparsi per vari paesi della provincia.
Conosceva anche l’ordine delle premiazioni: prima Medicina, poi Fisica, Chimica, Economia, Pace e infine Letteratura. “A noi tocca per ultimi. Per chiudere in bellezza.”, si compiaceva.
Lui era pronto. Ma quella benedetta telefonata non arrivava.

5...              Ogni anno la stessa scena consolatoria, in attesa della prossima assegnazione. I suoi finti estimatori incoraggiavano il professore alimentandone le speranze, cantando le lodi delle eccelse,  poetiche virtù.
Lo lasciavano crogiolare nel suo brodo di giuggiole, senza manco informarlo che non bastava una lettera raccomandata per essere ammessi fra i candidati al prestigioso premio.
“Professore non si scoraggi, verrà il suo turno. Alla prossima. Come si dice: non c’è due senza tre.”
Il “due” si riferiva ai due Nobel siciliani: Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo. Il tre a lui…
“Non si perda d’animo. Anche a Stoccolma c’è un turno e non sempre é premiato il merito…Lei lo sa meglio di noi. Però, non si sa mai. Improvvisamente, può arrivare…Il Nobel non è più il riconoscimento riservato ai giganti della letteratura. Anche a Stoccolma é arrivata la lottizzazione. Vi sono giochi politici, editoriali, commerciali, compromessi di diversa natura. La prova? Il Nobel a Dario Fo! Un attore di dubbio talento che non ha scritto nulla per meritarlo.
Quel premio é stato un compromesso al ribasso!
I membri della giuria, non trovando l’accordo su una candidatura di alto profilo, si sono accordati su una di basso profilo.”
Ricordargli il premio a Fo era come affondare il coltello nella piaga. Nicotra perdeva il suo aplomb da gentleman e il suo sorriso bonario, luminoso e, rosso in viso, le mani tremanti, si lasciava andare contro il neo-Nobel.
“A parte il “mistero buffo”, scopiazzato e male assemblato, cos’altro ha scritto questo Fo? La sua letteratura in che cosa consiste?”

6...              Non si dava pace. Passava da manifestazioni di acuto nervosismo, che spesso scaricava sulla moglie, a stati depressivi veri e propri. Per evitare conseguenze più gravi, andava a barricarsi nel suo studiolo da dove scorgeva solo un pezzo di cielo. La sua piccola porzione di cielo. Passava le ore, i giorni talvolta, a interrogare i suoi libri, i suoi poeti.
Oltre al medico, anche gli amici consigliarono che era meglio “sbariari”, divagare, riprendersi la libertà sopra quella vita soffocata dal provincialismo cafonesco. Era questa la sua cura.
E fu così che iniziò a viaggiare…in lungo e in largo.
In realtà, erano gite fuori porta, contrabbandate per viaggi a lungo raggio per partecipare a conferenze di altissimo livello o per rendere omaggio, e chiedere conforto, ad alcuni grandi scrittori che tanto amava.
Le destinazioni più frequenti erano il pino del Kaos, per raccogliersi in adorazione di fronte al masso di calcare bianco contenenti un pugno delle ceneri di Luigi Pirandello, il Nobel suo conterraneo che tanto lustro continuava a dare alla sua patria negletta, e la stazione di Acquaviva Platani dove, per un certo periodo, visse con il padre ferroviere, l’altro Nobel siciliano, il poeta Salvatore Quasimodo.
In questo sperduto borgo dell'interno isolano visse anche Elio Vittorini, figlio di un cantoniere siracusano che diverrà cognato di Quasimodo.
Una sorta di pellegrinaggio presso questi due luoghi isolati, popolati da lucertole e da uccelli di ogni tipo: il primo, il Kaos, bagnato dal mare “africano”; il secondo dal Platani (“l’Halykos” degli antichi) il fiume-padre (e madre) di questa gran vallata che dai monti Sicani scende fino alle spiagge di Eraclea Minoa, dove - secondo il mito- fu sepolto Minosse, il re di Creta, venuto in Sicilia per vendicarsi di Dedalo spergiuro rifugiatosi presso Kocalo, il re sicano.
Ma quanta bella gente sulle rive di questo fiume un tempo navigabile per quasi l’intero corso!

7...              In particolare, al professor Nicotra piaceva soffermarsi nei luoghi pirandelliani. Oltre alle visite al Kaos, passava spesso per via della Verdura a rimirare la casa in cui il Nobel visse la sua adolescenza agrigentina. Qualche volta, faceva una puntatina a Porto Empedocle dove c'era la sua scuola o ad Aragona presso le zolfare (chiuse) dove il giovane Luigi coadiuvò il padre nella gestione della “pirrera”.
Seppe del soggiorno dei due illustri cognati letterati ad Acquaviva Platani dalla lettura di uno scritto di Eugenio Giannone (in “Il fiume Platani”) di Cianciana, apprezzato cultore della storia del fiume e dei paesi lambiti.
“Il Platani è fiume caro anche ad un altro grande, immenso poeta siciliano: Salvatore Quasimodo [xvii], premio Nobel per la letteratura nel 1959, che nella valle dell’Halykos, seguendo il padre ferroviere, trascorse un periodo della sua infanzia presso la stazione di Acquaviva Platani… Quel posto, come tutta la Sicilia, patria solare scambiata per le nebbie della Lombardia, ma i cui bugni di zolfo dondolano sul suo capo, rivive in lui costantemente. La Sicilia, terra mitica, è il porto sicuro, il luogo in cui si stemperano, al ricordo, le sue ansie di esule.”
Ne “ I ritorni” il poeta modicano ricorda con nostalgia la sua residenza ad Acquaviva.
“Piazza Navona, a notte, sui sedili
Stavo supino in cerca della quiete,
E gli occhi con rette e volute di spirali
Univano le stelle,
Le stesse che seguivo da bambino
Disteso sui ciottoli del Platani
Sillabando al buio le preghiere…”
Da “Che vuoi, pastore d’aria?”:
“Ed è ancora il richiamo dell’antico
Corno dei pastori, aspro sui fossati
Bianchi di scorze di serpenti. Forse
Dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
Dove il Platani rotola conchiglie
Sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
Di pelle uliva. O da che terra il soffio
Di vento prigioniero, rompe e fa eco
Nella luce che già crolla; che vuoi,
Pastore d’aria? Forse chiami i morti
Tu con me non odi, confusa al mare
Dal riverbero, attenta al grido basso
Dei pescatori che alzano le reti…”

 Acquaviva, una storia lunga quasi quattro secoli che, in qualche misura, si intreccia con la vita di due fra i più grandi letterati siciliani.
Anche Elio Vittorini ricorda con nostalgia quel periodo in cui mangiava "grandi piatti di pasta e fave verdi “a frittedda”, preparati dalla madre.
Nella sua opera più nota, “Conversazioni in Sicilia”, ambientò alcuni episodi nella casa cantoniera dove aveva vissuto da fanciullo: “E pensai Acquaviva molto lontano nello spazio, una solitudine in bocca al monte… e mia madre disse che era una terribile estate e che era una terribile estate significava non un’ombra per tutti quei chilometri, le cicale scoppiate al sole, le chiocciole vuotate dal sole, ogni cosa al mondo diventata sole”.
In alcuni paesi dell'agrigentino v'erano le tracce del passaggio di altri illustri letterati per i quali il Nicotra nutriva grande stima. Perciò, ogni tanto, si recava nelle loro patrie vicine per respirare l'aere, intriso di colori e di essenza di trementina, che le loro opere spandono tutt'intorno.
Di particolare intensità erano le visite nella Racalmuto di Leonardo Sciascia, nella Palma di Montechiaro, paese d'origine della famiglia del “Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Solo per dire di alcuni. Poiché nello zoccolo della Sicilia sud-orientale c'è stato un gran fiorire di scrittori, alcuni celeberrimi, altri “minori” che attendono, impazienti, il loro turno.

8...  Quella mattina salutò la moglie per andare a prendere l’aereo per Napoli, dove, su invito della magnifica università "Federico II di Svevia", doveva svolgere una prolusione in un simposio internazionale sulla vita e le opere di Giordano Bruno, nolano, mandato al rogo dalla santa inquisizione per essersi rifiutato di abiurare alle sue idee.
Il viaggio a Napoli richiedeva almeno due-tre giorni. Per "coprirli" decise di avventurarsi per la tratta Agrigento -Siracusa: trecento chilometri in nove ore e 15 minuti; diciotto ore e 30 minuti A & R , quasi un’intera giornata a viaggiare.
Un sacro lentore che ancora oggi caratterizza i convogli delle FS.
Nel caso di questa tratta ferroviaria, lo sviluppo si è davvero fermato al IV secolo avanti Cristo. A ben pensarci, le 9 ore di oggi sono lo stesso tempo impiegato 2.370 anni prima dai cavalieri siracusani che - secondo Plutarco - coprirono tale distanza in una sola nottata.
L’episodio - riportato da Michele Lanza Caruso- risale al 358 avanti Cristo, quando Farace  “accampato nelle vicinanze della neapoli akragantina intese che Eraclide, il noto traditore, si dirigeva verso Siracusa con la flotta per occuparla e allora marciò tutta la notte alla volta di Siracusa, percorrendo 700 stadi, e poté prevenire Eraclide”.
Dopo quasi 25 secoli, sono rimasti, sostanzialmente, invariati i tempi per il collegamento fra queste due città, ieri le più potenti e opulente della Magna Grecia, oggi i due più rinomati siti archeologici della Sicilia. Tutto ciò é un bene o un male?  Forse, potrebbe essere un  suggerimento a “rallentare” lo sviluppo, a rispettare i suoi limiti, invalicabili. Per salvare il Pianeta, la nostra casa comune.
D'altra parte, Agrigento-Siracusa è una seducente traversata sentimentale, fra scenari di luce e di storia che illuminano il passato e il presente di cittadine, più o meno illustri, disseminate sugli altipiani agrigentini o abbarbicate sulle pendici dei monti Eblei. 
E' anche un itinerario letterario che si snoda fra colline e paesi incantati, calanchi d’argilla, opime pianure di serre di pomodori e di zucchine, città barocche e monumenti plurimillenari, tradizioni e lingue primordiali.
Insomma, un paradiso che ha visto nascere grandi narratori, geni della scienza, della filosofia, dell’arte…
Peccato che il “paradiso” sia stato violato, avvelenato da alcuni mega- complessi industriali di chimica di base, di società venute dal nord o dall’estero le quali, in cambio di un po’ di posti di lavoro, hanno avuto mani libere per compromettere, seriamente, lo sviluppo naturale di queste contrade.
Oltre alla chimica (oggi in forte declino), questa fascia del territorio isolano ha altri due nemici da non sottovalutare: le basi e gli impianti militari al servizio della Nato e di potenze straniere e la siccità che continua a tormentarla.
Nessuno ne parla. Ma vi sono studi previsionali piuttosto attendibili, commissionati dal governo italiano, che pronosticano, da qui a un secolo, una mutazione dei territori del sud-est siciliano da orti forzati a deserti di sabbia.
Il Sahara potrebbe vincere la tremenda sfida con il mare e sbarcare in Sicilia, in pompa magna.

10...Un tragitto affascinante ma stancante che il professore spezzò con qualche fermata. A Canicattì la più lunga, in attesa di una coincidenza e per effettuare il cambio di scartamento poiché il treno usciva dalla linea principale (Agrigento-Roma-Milano) e imboccava quella secondaria per Licata, Gela, Ragusa, Siracusa.
Nicotra ne profittò per visitare il palazzo dello stravagante barone Agostino La Lumia che vi abitava, solo raramente, con un gatto persiano designato suo erede universale.
Un gatto erede di un ricco patrimonio?
Una decisione davvero bizzarra, in sintonia con il personaggio, che fece imbestialire gli eredi di sangue, i tanti figli naturali e non riconosciuti e, soprattutto, Pietro, il mite domestico tuttofare, che lo accudiva fin da quando era un paffutello infante dell’illustre casata.
In genere, il barone era in giro a “coglioneggiare” fra tanta bella gente per alberghi e nigth di lusso. Nel volgere di pochi anni, lui e il suo gatto divennero personaggi osannati, adulati da ammiratrici annoiate alla ricerca di emozioni “forti” e da cronisti a caccia d’improbabili scoop di stagione.
Un ottimo personaggio per il romanzo che, da tempo, il professore meditava di scrivere per accontentare i suoi fan e la casa editrice.
“Dopo tanta poesia, ci vuole un romanzo. - gli ricordava il solerte direttore - Il romanzo è un veicolo che porta lontano, che fa conoscere l’autore al grande pubblico. Almeno un romanzo ce lo deve dare, caro professore.”
Per accontentarlo, Nicotra abbozzò un’idea di romanzo e si mise alla ricerca di un personaggio acconcio. Dopo una vasta cernita, la scelta cadde sul patrizio di Canicattì.
Peccato che, dopo vari tentativi, non era riuscito a parlargli, nemmeno a vederlo. Il barone era estremamente mobile, non stava fermo in nessun posto. Tanto meno in casa propria. Le cronache lo segnalavano a passeggio per le vie delle più rinomate località turistiche o nei nigth più in, con il suo inseparabile persiano nero: un giorno a Taormina, un’altro a Cefalù, una notte a Capri, un’altra a Roma, a Portofino, ecc. Agostino viaggiava, per davvero e in continuazione. Anche per tenersi lontano dai tanti creditori che l’aspettavano, furenti, a Canicattì.
Il macilento Pietro, che da molti mesi non vedeva una lira di stipendio, rispondeva che Sua Eccellenza non era in casa, chissà dove gli lucevano “le corna”.

11...              Il viaggio in treno sulla tratta Agrigento - Siracusa può suscitare reazioni di segno contrapposto. Al solito turista frettoloso un’impressione sconsolante, irredimibile della Sicilia. Mentre una persona colta e paziente lo apprezzerà come un’occasione irripetibile per osservare una sequela di luoghi mitici e di paesaggi cangianti che riflettono la storia e la natura mutevole della Sicilia e dei siciliani.
Per il professore Nicotra fu, soprattutto, un indimenticabile viaggio letterario. Una gioia.
Lungo quegli altipiani e quei calanchi d'argilla s'incontrano i luoghi in cui nacquero autori di prima grandezza, nomi che illuminano il firmamento della letteratura italiana e mondiale: dai due Nobel Pirandello e Quasimodo a Leonardo Sciascia, racalmutese, a Vitaliano Brancati, pachinese, a Gesualdo Bufalino, comisano, a Elio Vittorini siracusano. Solo per ricordare i più noti.
Certo, a Vittorini fu addebitata la grave pecca di avere bocciato il manoscritto de “Il Gattopardo” che il Tomasi inviò alla Mondadori. Ma fu vera pecca?
Il professor affrontò la traversata con entusiasmo giovanile, richiamato dal profumo dei grandi autori che desiderava emulare fino in fondo. Fino al Nobel, per l'appunto.
A bordo del trenino scoprì questa metà della Trinacria contraddittoria e poco conosciuta: dagli aridi altipiani dello zolfo e del sale del bacino fra Aragona, Grotte e Racalmuto ai vigneti “plastificati” del comprensorio di Canicattì, dal colossale petrolchimico di Gela (in gran parte ferraglia arrugginita) alle distese serricole di Licata e di Vittoria, dalle stupende città del barocco ibleo (figlie del terribile terremoto del 1693 in Val di Noto) agli agrumeti, alle vestigia greche del siracusano.
Colline brulle e panorami silenti che dall’erta di Comitini-zolfare dominano paesaggi primordiali, paesi-fortezza e, laggiù in fondo, le Madonie con le loro vette piatte, irregolari. Ai fianchi si aprono le “bocche dell’inferno” ossia gli ingressi delle miniere di zolfo, ormai inattive, dove si calavano uomini e carusi sventurati per cavarne milioni di tonnellate di preziosa pietra gialla che contribuiva a formare empie ricchezze e scandalose ingiustizie. 
Dopo Canicattì, il treno viaggiò, praticamente, solo per lui. Il professore, come un gran re del nord-Europa, stava facendo il suo piccolo "grand tour" attraverso un paesaggio incantevole, punteggiato di ombrosi carrubi, imbrigliato in un intrigo di muretti a secco, una meraviglia dell’ingegno contadino, che s’inseguono fino alla periferia industriale di Ragusa.
A Modica “iusu” (bassa), bellissima città barocca, per secoli capitale della potente omonima contea, si fermò per visitare la casa natale di Quasimodo. Tappa obbligata per un aspirante al Nobel.
E poi a Scicli, con le sue chiese e palazzi sontuosi, dove era in corso la festa della "Madonna delle Milizie" che, secondo la tradizione, intervenne a fianco di Ruggero d’Altavilla nella vittoriosa battaglia del 1081 contro le armate arabe. Da cantore della pace, il professore non capì come si potesse schierare a battaglia una Madonna armata!
Terminato il “viaggio in continente”, Nicotra prese un bus che i 4 ore lo riportò in paese. In tempo per la cena. Chapeau, monsieur le professeur et bon voyage...dovunque tu vada.


* dal mio "Il cavaliere e la notte"
https://www.ibs.it/cavaliere-notte-libro-generic-contributors/e/9788892326071


sabato 9 dicembre 2017

A PROPOSITO DI GERUSALEMME CAPITALE D'ISRAELE...




sto
di Agostino Spataro
La comunità internazionale ha respinto l’improvvida decisione del presidente Donald Trump di ordinare il trasferimento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme che, di fatto, avalla la scelta adottata dai governanti israeliani, unilateralmente e in difformità delle deliberazioni dell’Onu, di proclamare la "Città Santa" delle tre religioni capitale dello stato d’Israele.
Tale scelta é giudicata preoccupante, inopportuna sul terreno politico per le conseguenze gravissime che può determinare (che sta già determinando) sul piano della convivenza e della sicurezza fra i popoli palestinese e israeliano e gli altri della regione e, soprattutto, perché lede lo spirito e la lettera delle diverse risoluzioni dell’ONU a riguardo. Appare chiarissimo che tale forzatura introduce un ulteriore elemento di destabilizzazione nella martoriata regione mediorientale e mediterranea.
Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per le risoluzioni dell'Onu e per i diritti nazionali del popolo palestinese e quelli delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.
I sottostanti materiali (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.
Tale assunto è sempre in vigore, non essendo stato mai revocato dalle Nazioni Unite.
Purtroppo, non è questa la prima volta che vengono aggirate, violate le risoluzioni in materia.
In primo luogo da Israele che, paradossalmente- come si potrà rilevare dalla sottostante lista- può vantare un doppio primato: quello di essere il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’ONU.
Come dire: il figlio che non rispetta le decisioni della madre (Onu) che lo ha generato!
Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indebolimento provocato dall’unilateralismo israeliano e statunitense, praticato da vari presidenti Usa (da Reagan in poi), resta l’unica fonte, universalmente riconosciuta, della legalità internazionale.
Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.
Chi non le osserva si mette fuori della legalità internazionale.
A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu. Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (Palestinesi, Siria, Libano, Giordania).
Per chi desidera documentarsi sulle principali violazioni israeliane a riguardo può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.
Per agevolarne l’approccio, segnaliamo i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce (fino all’anno della pubblicazione) l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme: 

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme
“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 
 Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 
“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme - est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…
“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.
 Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme
“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”
 Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum
“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”
 Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme
Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”
Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est
Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme - est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”
 Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele
Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”
 Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi 
“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:
Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;
Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;
Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;
Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;
Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.
 Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati
“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”
  Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra
“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”
 “Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.
Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione
I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi
(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)
Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele
Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie
“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio disicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…
Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.



(Se può interessare, segnalo il sottostante articolo dove si parla di un titolo di “Re di Gerusalemme”,  associato a quello di “re di Sicilia”, entrambi, ancora oggi, rivendicati dagli eredi di Federico II di Svevia e di Casa Savoia:
http://www.ticinolive.ch/2014/11/17/gerusalemma-santita-conflitto-agostino-spataro/



lunedì 4 dicembre 2017

BUDAPEST CONCERTO

Stefania Palota-Musica da camera-dir. Banfalvi Bela


Stefania Palota

Stefania Palota

Opera- Il tenore imbottigliato

Pubblicità LV. Andrassy ut

La Piaggio

La spesa



Bud. Piazza della Libertà- Monumento all'Armata Rossa Sovietica


Pubblicità teatrale

Bud. Natale a parco Ligeti




Vic Teatro
Budapest 3 dicembre 2017- Foto di Agostino Spataro.

mercoledì 29 novembre 2017

PARTE DA BUDAPEST LA NUOVA "VIA DELLA SETA"



di Agostino Spataro
 
(da sin. Li Keqing, Victor Orban e il primo mnistro bulgaro)
"I 16  Paesi CEEC (*) cominciano a rendersi conto che l’ingresso, accelerato, nella Nato e nella U.E. fu, in effetti, una sorta di “annessione” economica volta a creare ad Est tre nuovi grandi mercati: degli armamenti, dei prodotti commerciali e del lavoro a basso costo. Insomma, una manna per le multinazionali europee e d’Oltreoceano. Oggi, la parola d’ordine sembra essere: diversificare, accedere a nuove fonti di approvvigionamento finanziario, energetico e tecnologico.  Guardare ad Oriente per ridurre la dipendenza dalla UE."

1…Ieri mattina, l’Andrass ut di Budapest (uno dei viali più belli del mondo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità) era chiusa al traffico, ingabbiata in un reticolo di nastri segnaletici con la scritta “Rendorseg” (“polizia”); chiusa anche la Metro 1, la più antica d’Europa, che l’attraversa. Il movimento dei passanti era regolato da decine e decine di poliziotti che intimavano di procedere lungo i marciapiedi laterali, per lasciare sgombre le sei corsie della famosa ut, riservate a non si sa bene chi.
Intorno uno strano silenzio, squarciato dall’urlo, insistente e perforante, delle sirene spiegate di decine di mezzi delle forze dell’ordine, i soli autorizzati a scorazzare, a muoversi liberamente.
A parte la polizia, la scenografia era piuttosto scarna. Si vedevano soltanto file di passanti frettolosi e, a ogni incrocio, gruppetti di cinesi infreddoliti che reggevano grandi bandiere rosse…
Perché i cinesi? Pensieri, attimi fuggevoli che ti portano lontano, nel tempo del nostro vissuto,
mai  rinnegato.  Del resto, di cosa ci dovremo pentire? Dall'opposizione, i comunisti italiani difendemmo la democrazia e la libertà di tutti,  agimmo sempre a favore degli interessi delle classi lavoratrici, dei ceti più deboli, in armonia con i valori della Costituzione. E con qualche risultato, direi.
Ma siamo a Budapest e cerchiamo di capire quel che accade in Ungheria, dove il populista Victor Orban sembra sia diventato insostituibile, nonostante tutto. Molti pensano che ciò sia dovuto al carattere conservatore, nazionalista del popolo magiaro. Si dimentica, o si sconosce, che, dopo il crollo del muro di Berlino, questo stesso popolo ha eletto, democraticamente, alla carica di primo ministro ben 4 personalità di rilievo dell’ex regime (su 8 totali): da Gyula Horn (ex membro dell’Ufficio politico) a Gyurcsany (ex segretario nazionale della gioventù comunista).
Se, da circa 8 anni, la maggioranza degli ungheresi vota Orban è anche perché la sinistra ha tradito la fiducia dei suoi elettori, consegnando l’economia del Paese alle multinazionali. Difatti, la sinistra è quasi sparita.
Orban, politicamente affermatosi con l’aiuto del miliardario Soros (oggi suo acerrimo nemico), demagogicamente, si prende i "vantaggi" di tale vendita mentre si atteggia a difensore degli interessi nazionali. Ciò spiega, in gran parte, la ragione del suo consenso che, probabilmente, riavrà nelle elezioni del 2018.  

2… Intanto sulla Andrassy ut un timido, gelido vento spiegò il vessillo e apparvero le cinque stelle della Repubblica popolare cinese. Quella fondata, nel 1949, dal compagno Mao Tse Tung a conclusione della "lunga marcia".

Budapest, Kodaly korond
Grande e solenne, la bandiera cinese dominava su quelle sparute dei 16 Paesi partecipanti al  Forum economico Cina – Ceec, alias dei 16+1, (*), in programma quel giorno (27/11) a Budapest, fra i capi dei 16 governi dichiaratamente “anticomunisti” dell’Europa centro-orientale e Li Keqiang premier della Cina popolare, fermamente diretta dal Partito comunista.  
La cosa non mi turbò più di tanto, anche se evidenziava una contraddizione insanabile nell’operato di chi proclama l’anticomunismo come collante ideologico dei nuovi regimi dell’Est europeo ma non disdegna di realizzare affari con il colosso cinese ossia con un Paese che si autodefinisce comunista, come é stato ribadito nel corso del recente congresso nazionale del Pcc. 
Perciò, c’è da restare quantomeno perplessi quando si spargono ipocrisie anche su questi Forum che, da un lato e dall’altro, mirano a coprire propositi ben più concreti e vantaggiosi.

3... D'altra parte, i cinesi a Budapest sono di casa. La loro comunità é la più numerosa e rispettata, e la più economicamente dotata. Quei ragazzi infreddoliti (c’era anche qualche famiglia con bambini) erano là per salutare il corteo di auto nere al seguito del “compagno” Li che andava a Piazza degli Eroi a rendere omaggio alla lapide dei Caduti, posta ai piedi dei re magiari che, nei secoli passati, fecero grande il regno d'Ungheria.                                                


In questa piazza, sempre più spesso, si radunano molti ungheresi per evocare un sogno: quello della grande Ungheria che il trattato di Trianon del 1920 (punitivo per gli austro-ungarici) ridusse all’attuale, ristretto quadrilatero territoriale.
E’ questo il vento che spira dai monti “irredenti” della Transilvania sulla sconfinata puszta, attraversata dal Danubio, il fiume più lungo d’Europa, sulle cui rive corre una delle più eminenti civiltà, che dalla Foresta nera va a morire nel “fosso” del Mar Nero.
E’ il vento del nazionalismo che sottende anche la paura dell’omologazione che provano tutti i piccoli popoli minacciati da questa globalizzazione neo-liberista, distruttrice di sani valori morali e d’identità etniche, culturali. In tutto ciò vi sarà anche qualche buona ragione, ma attenzione a rimettere in discussione gli attuali confini dell’Europa!
Si potrebbe innescare una spirale destabilizzante del continente e, perché no, riportare la guerra. Bisogna lavorare per una nuova configurazione statuale e istituzionale dell’Europa, dei popoli e non dei mercanti, capace di offrire risposte esaurienti alle giuste rivendicazioni e di ricreare un equilibrio duraturo di pace e di cooperazione.

4… Uno scenario segnato da disfunzioni e incertezze per il futuro, all’interno del quale  i “16”  Paesi CEEC cominciano a rendersi conto che l’ingresso accelerato nella Nato e nella Unione Europea fu, in effetti, una sorta di “annessione” economica, giustificata con la preoccupazione di mettere al sicuro questi Paesi dalle mire espansive dell’orso russo.
In realtà, alla base c’era, soprattutto, un disegno volto a creare ad Est tre nuovi grandi mercati: degli armamenti, dei prodotti commerciali e del lavoro a basso costo. Forse, Orban non vuole gli immigrati perché ha già gli ungheresi che lavorano a costi troppo bassi.
Insomma, una manna per le multinazionali europee e d’Oltreoceano.
Certo, qualcosa è cambiato in questi Paesi. Tuttavia, bisogna prendere atto che, dopo 30 anni d’integrazione europea, il salario medio mensile si attesta sempre intorno ai 300 euri, mentre centinaia di migliaia di giovani, (molti laureati) continuano a emigrare verso i Paesi ricchi dell’Europa centro- occidentale. Molti,  specie rumeni e balcanici, arrivano anche in Italia..
E così, mentre l’UE continua a decretare sanzioni autolesioniste contro la Russia,  lo sguardo delle classi dirigenti (talvolta dominanti) dei “16” si ri-volge ad Oriente: verso la Russia patriottica e neo-oligarchica di Putin e verso la Cina, seconda grande potenza economica mondiale, che continua a dichiararsi comunista pur in presenza di decine di milioni di nuovi ricchi.


Budapest, ponte delle Catene
5… La piccola Ungheria di Victor Orban è sicuramente fra i protagonisti più attivi della “nuova via della Seta” ossia del vasto sistema (in formazione) di rapporti economici che va dall’interscambio commerciale (in forte crescita) ai sistemi di distribuzione delle merci cinesi in centro-est Europa, agli accordi per realizzare infrastrutture strategiche.
Budapest aspira a diventare la Venezia del XXI° secolo?
I dati sono incoraggianti. Nel 2015, la Cina è stata il terzo fornitore di beni e servizi (dopo Germania e Austria) dell’Ungheria. Mentre, è in corso di realizzazione (nonostante le difficoltà frapposte da Bruxelles) l’ambizioso progetto (valore 2,8 miliardi di dollari, finanziato dalla Cina) di una tratta ferroviaria ad alta velocità che collegherà (in tre ore) il porto ateniese del Pireo (acquistato dai cinesi) con Budapest, passando per Belgrado.   
Apro una parentesi: Atene - Budapest in 3 ore! In Italia, il treno che collega Agrigento con Siracusa (le due più importanti capitali del turismo archeologico siciliano) ci mette 9 ore e 15 minuti per poco più di 200 km!!!
Basta questo esempio per avere l’idea dell’abisso che ci separa dalle altre  realtà e progettualità  europee.
Nei Paesi del centro-est europeo la parola d’ordine sembra essere: diversificare, accedere a nuove fonti di approvvigionamento finanziario, energetico e tecnologico.  Guardare ad Oriente per ridurre la dipendenza dalla UE.
La Bank of China a Budapest.

 
Giovedì (30/11) il premier cinese sarà a Sochi (Russia) per partecipare al 16° Consiglio dei capi di governo della Shanghai Cooperation Organization, un altro organismo multilaterale assai più importante di Ceec. Come si vede qualcosa si muove in Oriente. Nell’immaginario dei popoli europei sta tornando l'attenzione verso queste grandi realta. In particolare, verso Cina e Russia che insieme totalizzano quasi 1/3 della popolazione mondiale e circa il 60% delle terre emerse, costituendo il più vasto e attraente aggregato economico-territoriale e quindi grandi possibilità di sbocco per le produzioni e di lavoro per i giovani dei “16” Paesi del Forum. Capirete che non è poco. Chi perde questo “treno” rischia di non vederne arrivare un altro.
                                                 
Agostino Spataro

(Budapest, 28 novembre 2017)

* Lista dei Paesi Ceec: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia,  Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Albania e Ungheria.

sabato 25 novembre 2017

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